Bertilla Antoniazzi

 

Bertilla nasce a San Pietro Mussolino, paese nella Val di Chiampo, nella provincia di Vicenza, il 10 novembre 1944, anno tristemente noto per i tragici fatti dell’estate che portano all’uccisione del parroco e alla distruzione della chiesa parrocchiale e di tutto il paese.
Nelle difficoltà di quei tempi, la sua nascita, in famiglia, è colta come un segno di speranza. Cresce nell’affetto dei genitori, papà Antonio e mamma Luigia con 3 fratelli e 4 sorelle, (una morta in tenera età). Dopo di lei nascerà ancora un fratello.
Antonio e Luigia, educano i loro figli insegnando, il valore della preghiera; alla sera, dopo cena, tutta la famiglia si riunisce per la recita del rosario ringraziando e affidando al Signore, per mezzo di Maria le proprie intenzioni.
Il suo cammino di sofferenza comincia all’età di 8 anni, a causa di una malattia: l’endocardite reumatica che a quel tempo non lascia possibilità di guarigione.
Inizia da quel momento un cammino trascorso con numerosi ricoveri in ospedale o nel letto della sua casa a S. Agostino, in periferia di Vicenza, dove la famiglia si trasferisce per essere più vicino all’ospedale.
Cresciuta nell’insegnamento della Fede, custodisce questo “seme “che germoglierà all’età di 12 anni, fino a divenire un fiore profumato di Amore da offrire a Gesù.
Ogni giorno, Bertilla affida alla preghiera un’intenzione particolare: per le anime del Purgatorio, per le missioni, per le conversioni, per la santificazione dei sacerdoti, in riparazione alle offese al cuor di Gesù, per i sacerdoti, per i non credenti, accompagnate dai fioretti, piccoli impegni personali che volentieri si impegnava a compiere “tutto per Amore di Gesù” come annota in un’agendina.
Prega con grande concentrazione immersa in un dialogo che unisce il suo cuore a Gesù.
Quanto bene ha compiuto! Nelle testimonianze delle ammalate, del personale sanitario dei sacerdoti che incontra, emerge la sua la simpatia, il coraggio, la capacità al dialogo.
L’amicizia, continua anche dopo le dimissioni dall’ospedale, soprattutto con numerose lettere che invia e riceve.
Tante le serate trascorse all’ospedale, quando, condizioni di salute permettendo, si ritrova, con le altre ricoverate vicino al suo letto e, dopo avere raccontato loro qualche storiella, felici ad unirsi a recitare il rosario.
Accoglie Gesù nell’Eucaristia, sempre con grande desiderio nel cuore. Il suo stile di vivere nella sofferenza, incarna il senso delle Beatitudini, dando un esempio luminoso per il coraggio e la volontà.
Nell’autunno 1963, accompagnata dalla mamma sempre vicino a lei, riesce a partecipare al pellegrinaggio dell’Unitalsi a Lourdes.
Trascorre quei giorni in buona condizione di salute. In quell’occasione, chiede alla vergine Maria non la grazia della guarigione, ma quella di farsi santa, rinnovando il suo impegno di saper accettare la sofferenza, in unione alla Passione di Gesù.
Il ricordo di quei giorni bellissimi resterà vivo in lei.
Ritorna da Lourdes, parlando con entusiasmo a tutti della sua esperienza, con il desiderio nel suo futuro di poter essere ancora più vicina a Maria Vergine e di mettersi a sua disposizione anche con opere che nella sua condizione può offrire.
Un giorno, parlando con una donna ricoverata, Bertilla viene a conoscere l’Associazione “Volontari della Sofferenza” fondata dal beato Luigi Novarese, della quale la donna ne faceva già parte condividendo il loro carisma, i ritiri spirituali organizzati a Re e, insomma, l’apostolato delle apparizioni a Lourdes e Fatima.
In Bertilla nasce immediatamente il desidero di iscriversi al CVS pensando di unirsi se non fisicamente, spiritualmente, con tutti gli aderenti in una comunione di preghiera e di offerta a Maria diventando, una testimone di speranza per quanti nella stessa situazione si sentono schiacciati dal peso della croce.
E’ significativo come Bertilla abbia sentito, anche per mezzo di quest’ultimo tassello offerto dai “Volontari della Sofferenza”, la chiamata alla santità.
Bertilla muore il 22 ottobre 1964 alle 20:30, giorno in cui si festeggiava la sua patrona S.Maria Bertilla Boscardin, alla quale era particolarmente devota.
Dopo molti anni dalla sua morte, l’8 febbraio 2014, all’ospedale di Vicenza, viene aperto il processo diocesano di Beatificazione. Iniziava lì, dove si era conclusa la sua vita terrena, in un luogo di sofferenza, ma di speranza, un luogo dove Bertilla, con coraggio, ha portato avanti la sua missione, il suo” mestiere di fare l’ammalata” come ripeteva a quanti le chiedevano cosa avrebbe fatto da grande.
La Carità si fonde nella capacità di amare Dio e il prossimo per amore suo, la sua spiritualità è più che mai attuale oggi, soprattutto per i giovani che hanno bisogno di modelli di vita come Bertilla.
(Mauro Scanferla)

 
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