Cecilia Maria Cremonesi

 

Cecilia Maria Cremonesi nasce il 13 maggio 1921 a Madignano, un comune che oggi conta circa tremila anime, in provincia di Cremona. I genitori sono agricoltori. Lei e la penultima degli otto figli messi al mondo da Antonio Cremonesi e Rosa Capelli, che si sono sposati nel 1906.
Beatrice (1907) è la primogenita, Bortolo, l’ultimo nato, viene alla luce nel 1923, un anno che si rivela particolarmente triste per la famiglia Cremonesi. II bimbo, battezzato immediatamente perché in pericolo di vita, muore tre giorni dopo e, a distanza di appena cinque giorni, lo segue mamma Rosa, che si spegne il 16 novembre 1923.
Cecilia ne resta orfana all’età di due anni: saranno Bice e la sorella terzogenita, Giuseppina, a prendersi cura di lei.
Frequenta la chiesa parrocchiale dove è stata battezzata, ha ricevuto la Comunione nel 1928 e la Cresima nel 1930.
Cecilia e una ragazza giudiziosa con il fisico minuto, come dimostra la fotografia scattata a scuola, che ci e stata fornita dal suo compagno di classe, don Remo Maccalli. A vederla così, circondata dai compagni, sembra un’alunna gracile, eppure il rigore che dimostra nell’assolvere i doveri legati allo studio e all’impegno cristiano, rivela una volontà ferma e un carattere determinato.
Né da prova a partire dal 1936, quando la vita la mette di fronte a nuovi, dolorosi, eventi. In quel periodo muore, a sedici anni, la sorella Teresa dopo una lunga degenza in ospedale. Nel 1938, si sposa la sorella Giuseppina che le aveva fatto da mamma e Cecilia si ritrova sola in casa ad accudire tre persone: il papà, il fratello Nando e uno zio bisognoso di cure. Ma non basta. II fratello Pietro, arruolato nel 1940, torna a casa dalla guerra gravemente malato e muore di lì a qualche anno non ancora quarantenne. E proprio lei, Cecilia, comincia inspiegabilmente a deperire e ad accusare acute sofferenze all’addome e ai reni.
“Questa e la vita”, pensa. Inutile immaginarla senza spine. Anche Gesù ne ha fatto esperienza. Non passa giorno che non abbia davanti agli occhi le immagini della Via Crucis. I sacerdoti, in chiesa, la spiegano ai fedeli. I teologi la studiano sermoneggiando nelle migliaia di pagine che finiscono addormentate nelle biblioteche. I mistici la approfondiscono nell’esperienza contemplativa. Ma Cecilia, la Croce, la vive sulla sua pelle. Nel tormento della carne, giorno e notte, inchiodata al letto, martoriata nella tenaglia del dolore.
L’ammalata non vive la sofferenza passivamente, ripiegata su se stessa. Lo spirito reagisce e la conduce lungo sentieri inesplorati, trascende le quattro pareti della camera e si espande in direzione dell’Infinito.
Il pensiero rivolto al patire del Figlio di Dio inchiodato alla Croce fa sentire a Cecilia, nel suo dolore di ammalata, il legame che la unisce a Lui. E la sua scalata alle vette dello spirito. L’amore dell’ammalato che si dilata e si separa dal corpo sofferente per affidarsi all’abbraccio del Crocifisso e alle parole decisive del Vangelo: “Non e qui, e risorto” (Marco 16, 6). E’ allora che arriva la pace. E’ in quell’abbraccio che il dolore del corpo martoriato trova il riposo: “Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me” (Salmo 23).
Cecilia ha trovato la sua strada. Anche perché, un giorno, ascoltando un programma mandato in onda dalla Radio Vaticana, è rimasta profondamente colpita dalle parole pronunciate da un sacerdote. E ha subito chiamato Bice, la sorella, invitandola a scrivere una lettera.
Nella camera di Cecilia i giorni trascorrono sempre uguali. Il cuscino bianco bordato di azzurro e fresco di bucato come le lenzuola dello stesso colore; la statua di Gesù Bambino e posta in evidenza sul comò e, accanto al letto, c’è la sedia sulla quale prendono posto i visitatori che, uno alia volta, vengono a tenere compagnia all’ammalata. Quel venerdì sembra un giorno come un altro. Anche se Cecilia ha un appuntamento. Padre Giuseppe Fermo Volpi, il suo direttore spirituale, le ha parlato di un programma per gli ammalati che viene trasmesso dalla Radio Vaticana. Si chiama Il quarto d’ora della serenità e a organizzarlo e un sacerdote intraprendente, Luigi Novarese, che e riuscito a convincere Pio XII, il Papa nientemeno, a mandarlo in onda.
“Dovresti ascoltarlo”, ha detto padre Volpi a Cecilia. “Lo trasmettono ogni settimana, il venerdì, e questo don Novarese ha voluto che i protagonisti del programma fossero gli ammalati”.
Gli ammalati? Ha chiesto incredula Cecilia.
“Certo. Pensa che uno di loro, la scorsa settimana, ha raccontato ai microfoni la sua storia: dai primi sintomi della malattia al ricovero in ospedale, alia riscoperta della fede e dell’amore per Gesù e la Madonna, aggiungendo che proprio attraverso la sua infermità, lui, l’ammalato, ha imparato a sentirsi apostolo nei confronti degli altri malati”.
In che modo? ha domandato sempre più stupita Cecilia.
“Vedi, questo sacerdote, don Novarese, dice che l’ammalato non deve ritirarsi in se stesso come una persona rassegnata e passiva. Se il corpo e indisposto, lo spirito e attivo. La malattia, dunque, non e un impedimento ma un modo più profondo per conoscere il Signore, per incontrarLo e condividere con Lui la nostra sofferenza”.
Cecilia e rimasta colpita da queste parole: Don Luigi ribalta l’idea che l’ammalato ha di se stesso e del suo rapporto con gli altri. Per questo e in attesa di ascoltare il programma.
L’insegnamento del sacerdote si e affermato rapidamente. Ha conquistato proseliti negli ospedali, nei sanatori, e entrato negli ambulatori e nelle case di cura. Don Luigi si e anche rivolto ai disabili, facendoli sentire amati dal Signore, trasmettendo alle famiglie slancio e coraggio. “L’individuo può essere inchiodato su un letto o a una carrozzella”, dice il sacerdote, “può vivere in un ricovero o in un sanatorio, ma l’anima può svolgere la sua spirituale attività, anche se il corpo e materialmente inefficiente”.
Gli ammalati come apostoli. Protagonisti del disegno di salvezza a fianco del Signore, attraverso una trama invisibile che abbraccia il mondo e unisce le loro croci a quella di Cristo.
Cecilia si immerge in questa immagine. La sofferenza offerta. Le lacrime che non vanno perdute. II dolore che diventa “rugiada” e “fa fiorire il deserto del mondo”, come ha detto Papa Pio XII nell’indimenticabile udienza concessa ai settemila ammalati portati nel Cortile del Belvedere, in Vaticano, il 7 ottobre 1957, proprio da don Novarese e dall’associazione da lui fondata, il Centro Volontari della Sofferenza.
Cecilia è combattuta. E questa la sua strada? E questo che vuole da lei il Signore?
“Ella da tempo pregava” – scrive don Luigi Cavaletti – “Pregava per essere illuminata circa la sua vocazione, particolarmente in quello stato di ammalata che, a suo modo di vedere, la rendeva inutile e di peso agli altri”.

Cecilia si interroga. C’è un compito anche per lei, piccola e insignificante donna malata imprigionata fra quattro mura, nella trama di salvezza disposta dal Creatore? C’è posto anche per quel povero corpo immobile e divorato dal male, nel progetto amorevole di Gesù?
“Una notte”, narra Cecilia, “mentre pregavo, una voce mi scosse e parlo forte al mio cuore senza darmi più pace: scrivi subito, Cecilia, altrimenti non sei più in tempo… Scrivi subito. Sul momento non compresi il perché di tanta urgenza e dell’insistenza della voce. Ma tutto fu chiarito quando appresi dalla stessa Radio Vaticana che a Lourdes ci sarebbe stata la solenne consacrazione alla Madonna degli ammalati del Centro Volontari della Sofferenza
La decisione e presa. Il giorno dopo Cecilia chiede alla sorella Bice di prendere carta e penna e di scrivere a don Novarese.
Dopo la lettera spedita al Centro Volontari della Sofferenza con la richiesta di iscrizione, il rapporto di Cecilia con l’associazione prosegue. Fra le sue carte non è stata trovata la lettera di risposta di Novare Tuttavia, un’altra lettera spedita a Bice il 5 aprile 1962 da don Luigi, dimostra che Cecilia ebbe con il CVS un legame stabile.
Due anni prima della morte, viene diagnosticato all’inferma un tumore alla mammella sinistra la cui fase avanzata sconsiglia l’intervento chirurgico
Nell’inverno 1964 le condizioni di salute di Cecilia si aggravarono. Il male si accanì ulteriormente contro il corpo e il suo tempo si avviò alla fine. I momenti di solitudine nella stanza, al buio, si fecero più frequenti, mentre Bice guardava inquieta la porta che rimaneva chiusa sempre più a lungo. Così gli incontri con i visitatori si diradarono, perché Cecilia stava molto male e il dolore unito alia spossatezza non le permetteva nemmeno di parlare.
Il giorno di Natale, 1964, alle 8 del mattino, le venne dato il Sacramento dell’unzione dei malati. Il Male stava per averla vinta sul corpo. E Cecilia, che lo aveva sfidato tante volte rifiutando i calmanti per “fare come Gesù”, riuscì a beffarlo fino all’ultimo, dimostrandosi sorridente al medico che la curava e ai suoi cari.
“Non aveva paura di morire”, ricordò il dottor Zuffetti, “anzi la morte per lei era la logica conclusione, il frutto maturo delle sue sofferenze, il frutto che doveva portare al suo Dio. Morì serena nel dolore. Morì con la gioia di morire. Morì contenta perché soffrì per tutti”. Cecilia si spegne il 30 marzo 1965 all’età di 43 anni.

 
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