Salvatore Daffronto

 

Tra i personaggi che hanno seguito fedelmente il carisma e la spiritualità proposta dal Beato Luigi Novarese e che hanno fatto del loro dolore una “schiavitù d’amore”, troviamo Salvatore Daffronto, Silenzioso Operaio della Croce, siciliano di Lercara Friddi in provincia di Palermo.
Salvatore nasce il 18 agosto del 1925. Colpito nella giovinezza da un male che lo rese immobile, martoriato per 25 anni da operazioni e da sofferenze lancinanti, si offrì quale “ostia” sul mondo, sorridendo, confortando, immolandosi per la Chiesa.
Nel suo paese natale tutti lo chiamavano affettuosamente Zio Totò.
Salvatore non era soltanto un uomo, un ammalato. Era un punto di riferimento di un’amicizia vera, intensa, il fratello al quale confidare i propri bisogni, i propri stati d’animo, il proprio sconforto.
Ed egli pregava, soffriva; una schiavitù d’amore che ci ricorda quella di Cristo, divenuto servo sofferente per i nostri peccati. Una schiavitù che non annulla ma potenzia. Egli, infatti, che segnava l’inizio di ogni sua corrispondenza con il saluto “Ave Maria”, concludeva facendo precedere il suo nome e cognome dal titolo “Infermo”. Infermo, certo, una qualifica. Un ordine, un titolo: uno di quelli veri, di quelli che costano molto e che sanno perciò di vera gloria, in mezzo a tanti dottori e soloni di cui son piene le carte stampate.
La comunione con Cristo ogni giorno gli dava la forza. Anche la forza di scherzare. Diceva: “La miniera continua a produrre…” accennando all’eruzione di pus che gli erodeva il cuore dal di dentro.
Ma per Salvatore non c’era rassegnazione alla croce e fece propria l’esortazione del Beato Novarese laddove egli diceva che: “Gli ostacoli che troviamo lungo il nostro cammino, sono fatti per essere abbattuti e non per abbatterci”.
Andò diverse volte a Lourdes con il “treno bianco” e da quel luogo traboccante di spiritualità mariana sembrava tornare più rasserenato, più “audace”, contento che, ogni tanto, la Madonna gli permetteva di “collaborare alle sofferenze del suo cuore”.
“Per capire chi soffre bisogna che ci sia uno che abbia sofferto. Per questo ci può capire soltanto Iddio”, ripeteva spesso Salvatore ed è da questa solida, intensa e vissuta fede che traeva quella forza straordinaria di fronte al dolore la quale lasciava stupiti anche i medici che si avvicendavano al suo capezzale, sia in casa che in ospedale.
Il suo medico curante il dott. Calcedonio Favarò, a proposito di come Salvatore affrontasse il suo male dichiarò testualmente: «Noi che abbiamo esperienza delle escandescenze esternate dai portatori di neoplasie, restiamo ammirati e sconcertati dalla pacata tranquillità e pace che emanava dal volto del nostro paziente».

La Via Crucis di Salvatore
Di seguito vengono riassunti i momenti più significativi della “Via Crucis” di Salvatore, estrapolati da una dettagliata relazione medica.
1945, vent’anni. Ricovero presso l’Ospedale Civico e Fatebenefratelli di Palermo per una affezione dolorosa agli arti inferiori, di sospetta natura reumatica. Dimesso dopo un mese di degenza.
Giugno 1946: ritorno presso lo stesso Ospedale per dolori più specificatamente localizzati nell’articolazione Coxofemorale sinistra. Dimesso con un calzone gessato.
13 febbraio 1947: ritorno in Ospedale e diagnosi di Coxite bilaterale. Stavolta il calzone gessato è completo, bacino compreso. Trascorrono due anni di sofferenze. I dolori si propagano, specie alla colonna vertebrale Intanto, la prolungata applicazione del calzone provoca uno stato di rigidità anchilotica di tutte le articolazioni degli arti inferiori, con incipiente anchilosi della colonna vertebrale.
Viene avviato all’Istituto Ortopedico Rizzoli di Bologna. Svariati esami ed indagini radiologiche. Diagnosi: Spondilosi rizomelica».
15 settembre 1949: primo intervento. Si esegue all’anca sinistra una artroplastica metallica.
6 novembre 1949: gli viene corretta la deformità del piede sinistro.
10 gennaio 1950: nuova artroplastica con lussazione dell’anca.
28 marzo 1950: altra artroplastica all’anca destra con interposizione della fascia lata.
12 settembre 1950: ennesimo reintervento di artroplastica all’anca sinistra.
31 ottobre 1950: il paziente, pur non essendo guarito, deve essere dimesso per ragioni amministrative.
Può bastare tutto questo? No. La Via Crucis non è finita. Una calcolosi renale richiede un altro intervento operatorio per eliminare un grosso calcolo che minaccia di bloccare la funzione depuratrice renale.
Siamo ai piedi del Calvario.
Novembre 1965: dopo anni di cure per via dell’uremia e del diabete, insorgono tre gravissimi episodi di occlusione intestinale dovuti ad una voluminosa neoplasia addominale. Questa ennesima e grave situazione clinica richiederà interventi piuttosto dolorosi, invasivi oltreché disagevoli e umilianti dal punto di vista personale, sino ad arrivare alla cosiddetta cachessia neoplastica, una grave forma di deperimento organico che precede, di solito, la morte.
Sul suo “quaderno d’appunti e di poveri pensieri” Salvatore lascerà scritto:
“Santo è il dolore. Ringrazio e benedico il Signore che mi ha chiamato a seguirlo sul Monte Calvario… E tu, Mamma celeste, aiutami a seguire Gesù… fammi la grazia di essere l’ultimo della schiera dei tuoi devolti, con la Croce sulle spalle e la Corona nelle mani, come figlio e schivo del tuo amore…”
Salvatore muore l’8 ottobre 1968 a Lercara Friddi, suo paese natale all’età di 43 anni.

 
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