Tratto da “Davvero Dio soffre?”

Ippolito di Roma è uno dei personaggi più misteriosi della storia della teologia. La sua opera si colloca tra gli anni 189 e 235. Nel trattato rivolto contro gli gnostici che segue l’opera di Ireneo e porta il titolo Philosophumena o la confutazione di tutte le eresie (Refutatio omnium haeresium) egli concepisce l’Incarnazione del Verbo come la via concessa all’uomo per diventare simile a Dio. Dice infatti: «Noi sappiamo che il Verbo ha preso un corpo mortale dalla Vergine, e ha trasformato l’uomo vecchio nella novità di una creatura nuova. Sappiamo che egli si è fatto della nostra stessa sostanza (…). In verità, per non essere giudicato diverso da noi, egli ha tollerato la fatica, ha voluto la fame, non ha rifiutato la sete, ha accettato di dormire per riposare, non si è ribellato alla sofferenza, si è assegnato alla morte e si è svelato alla risurrezione».
Da questa verità di fede, il sacerdote Ippolito trae le conclu¬sioni pratiche per il credente, dicendo che il Verbo «ha offerto come primizia, in tutti questi modi, la sua stessa natura d’uomo, perché tu non ti perda d’animo nella sofferenza, ma riconoscendoti uomo, aspetti anche per te ciò che il Padre ha offerto a lui».
Il dono del Padre si riassume nella risurrezione del corpo immortale e incorruttibile. Ippolito spiega ancora più a fondo il mistero dell’intimità eterna con Dio come la partecipazione all’eredità con Cristo: «non più schiavo dei desideri e delle passioni, nemmeno delle sofferenze e dei mali fisici, perché sarai diventato come Dio». Il punto del glorioso arrivo della storia della salvezza è la liberazione da ogni debolezza creaturale. Ippolito è ancora più esplicito e chiarifica la differenza tra la perfezione divina e la finitezza umana con il concetto della sofferenza: «Infatti le sofferenze che hai dovuto sopportare per il fatto di essere uomo, Dio te le dava perché eri uomo. Però Dio ha promesso anche di concederti le sue stesse prerogative una volta che fossi stato divinizzato e reso immortale».
Una tale assicurante prospettiva di partecipazione alla beatitudine di Dio è uno dei segni più tangibili di salvezza che si dà nello stato dei beati in cielo che gustano l’immutabile volto di Dio.

(Tratto da CRISTOFORO CHARAMSA, Davvero Dio soffre? La tradizione e l’insegnamento di San Tommaso, Edizioni Studio Domenicano, Bologna 2003.

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