Tra maleducazione virtuale e invadenza reale

 

Papa Francesco durante il viaggio di ritorno da Sarajevo, rispondendo ad una domanda di una giornalista di lingua spagnola inerente i giovani e il loro rapporto con ciò che leggono e ciò che vedono, testualmente ha risposto: “Sulle modalità, ce n’è una che fa male all’anima ed è l’essere troppo attaccato al computer. Troppo attaccato al computer! Questo fa male all’anima e toglie la libertà: ti fa schiavo del computer. È curioso, in tante famiglie i papà e le mamme mi dicono: siamo a tavola con i figli e loro con il telefonino sono in un altro mondo. E’ vero che il linguaggio virtuale è una realtà che non possiamo negare: dobbiamo portarla sulla buona strada, perché è un progresso dell’umanità. Ma quando questo ci porta via dalla vita comune, dalla vita familiare, dalla vita sociale, ma anche dallo sport, dall’arte e rimaniamo attaccati al computer, questa è una malattia psicologica. Sicuro!”.
Le considerazioni di papa Francesco non hanno bisogno di ulteriori commenti e restano lì in attesa di essere comprese e meditate. Ad ogni modo è innegabile che cellulari e smartphone stanno diventando la misura di una nuova forma di inciviltà difficile da contrastare e tenere sotto controllo.
Oggi la tecnologia portatile e non, ha decisamente preso il sopravvento su larga parte della popolazione giovanile (e non) generando dipendenza, estraniamento dalla realtà, dedizione totale più al virtuale che al reale.
Tra i vizi peggiori che caratterizzano la tecno-maleducazione, troviamo quello denominato “phubbing” (dall’unione dei termini inglesi phone e snubbing) ossia l’ignorare chi ci è accanto per concentrarsi esclusivamente sullo schermo del telefonino.
E’ vero quello che dice papa Francesco. Oggi in molte abitazioni, specialmente a tavola, quella che una volta rappresentava una sana e piacevole convivialità si trasforma in momenti da vivere incollati allo smartphone, scambiando notizie o inviando messaggi su ciò che si sta effettivamente facendo in quel preciso momento. Non si comunica più, non si parla, non ci si confronta. E purtroppo non sono sempre ragazzi e ragazze ad attuare comportamenti del genere ma anche persone adulte che si lasciano sedurre da una sorta di smania di protagonismo e da un’insana voglia di visibilità.
Stessa cosa accade al ristorante, al cinema, al teatro, sul treno, in metropolitana, sugli autobus, ecc.; formalmente si è assieme agli altri ma in realtà si è completamente immersi in un mondo virtuale dove abbondano messaggi, foto, gossip di bassa lega, insulti, immagini spesso violente e conversazioni più o meno futili.
Come sempre accade quando si affrontano tematiche del genere, il rischio di essere tacciati di antimodernismo è forte ma altrettanto forte dovrebbe essere il tentativo di porre dei limiti all’utilizzo di certi dispositivi se non altro per scongiurare la genesi di dipendenze psicologiche piuttosto dannose per la salute mentale.
Un’autentica vita di relazione è fatta di scambi, di sguardi, di parole, di modi di essere che entrano in contatto tra loro. Per anni si è parlato di privacy da difendere e istituzionalmente è stato nominato anche un garante che la dovrebbe tutelare.
Ma tra social network e microblogging sembra che ormai ogni forma di riservatezza, di intimità, siano destinate a dissolversi nella rete e ad essere date in pasto ad una collettività sempre disorientata e assetata di chiacchiere e immagini poco impegnative a livello cosciente. Il Censis ha stimato che solo in Italia si scattano un milione di selfie al giorno. Una vera e propria mania che ha scalzato anche il senso delle foto ricordo, che una volta venivano gelosamente custodite negli album.
Bella a tal proposito l’osservazione dell’attore romano Enrico Brignano che suona più o meno così: “Una volta ti facevi una foto anche con una persona famosa ma lo facevi per far rimanere impresso il ricordo di quel momento vissuto. Oggi ti fai una foto con il personaggio famoso di turno per pubblicarla immediatamente su Facebook, senza pensare più ad un ricordo da rivivere ogni tanto, ma a quanti “mi piace” quella foto otterrà sul social”. Forse è arrivato veramente il tempo di rientrare tutti nei ranghi del buon senso.

Felice Di Giandomenico

Pubblicato il 11 giugno 2015

 

 
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