L’Ancora: n. 4 – dicembre 1950 – pag. n. 16-18

 

In Patologia, nei mali che noi usiamo curare, non trovo catalogata una malattia tanto comune negli uomini e che crea delle serie complicazioni nelle cure mediche: la tristezza. Nella mia esperienza di vita sanatoriale quotidianamente vedo molti ammalati che, quantunque tutti affetti dalla stessa forma patologica, tuttavia reagiscono in modi ben diversi sfociando poi in una forma unica: la tristezza.

Possiamo dire senz’altro che l’ammalato che vive in sanatorio di solito viene a cozzare contro tre realtà.

  1. la vita minata che talvolta non reagendo al male si indebolisce
  2. il desiderio di crearsi una famiglia e la mancanza di affetti.
  3. la posizione sociale dell’ammalato che può andare dall’isolamento alla necessità di poter lavorare dopo la vita sanatoriale.

Di fronte a queste realtà gli ammalati reagiscono in forme diverse, a seconda della propria formazione etica.

C’è chi trova la propria distrazione cercando di utilizzare la vitalità che ancora ha, lavorando, distraendosi, occupandosi di tutte quelle forme che gli possono essere possibili.
Di fronte tal desiderio, quasi direi istinto di formare una famiglia, o di avere un affetto, c’e chi trova soddisfazione in letture più o meno morbose e in affetti più o meno disordinati.

Di fronte all’isolamento sociale e alla preoccupazione dell’avvenire c’è chi comprende e si adatta, e c’è anche chi, esagerando la propria posizione, trova un senso di ribellione contro Dio e contro gli uomini.
Esiste infine l’ammalato che, comprendendo nella sua buona formazione religiosa, che la malattia in piano spirituale, può essere una professione come quella per esempio del medico che lo cura, trova allora normale la serena accettazione, pensando che egli infine non è né inutile né di peso alla società.

Dal momento che il lavoro è a tutti comandato, l’ammalato che così imposta la sua vita, trova che la sua sofferenza è un necessario contributo alla ricostruzione sociale come l’operaio riscontra che la stanchezza è una normale conseguenza del lavoro che ha svolto.

L’ammalato che per ovvie ragioni non può lavorare come uno sano o non è momentaneamente in grado di formarsi una famiglia o di stare in società, reagisce di solito in due forme:

  • taluni si creano una sovrastruttura di ciò che non hanno e non possono avere, stordendosi con vani eccitanti che creano sempre nel paziente una alterazione, che dallo stato di esaltazione passa alla depressione, terminando poi in una tetra malinconia.
  • esiste poi l’ammalato che si adagia nella tristezza e sospira a quello che non può avere.

Gli stessi ammalati, comunemente stimati buoni, dediti a forme di apostolato e di vita interiore, non sono immuni dall’ incappare nello scoglio della tristezza.
Il motivo fondamentale è sempre il medesimo:

  • mancanza di vera umiltà.
  • il voler fare ciò che piace a loro e non quello che vuole Iddio.

Infatti il soggetto dedito sia pure alla vita interiore e che si studia di migliorare nei propri difetti, nel vedersi ricadere in mancanze più o meno volontarie, passa dallo scoraggiamento alla tristezza, incapace di utilizzare gli stessi difetti, che servono appunto per farlo radicare nella vera umiltà.

La mancanza poi della possibilità di fare un apostolato secondo le proprie tendenze, non di rado lo spingono a forme apostoliche tra gli stessi ammalati, talvolta eccentriche ed inopportune, creandogli poi melanconiche depressioni, pensando all’Apostolato che avrebbe voluto compiere e che non è in grado di svolgere, non considerando che la prima e basilare forma di apostolato è compiere quello che il Signore vuole in quel dato momento. In tutte queste forme considerate, le conseguenze della tristezza sono gravi sia nel campo fisico che in quello morale.

Nel campo fisico le stesse medicine date ad individui della stessa malattia, non di rado hanno un risultato ben diverso a seconda dell’indole serena o malinconica del paziente.

Per gli ammalati che ancora non hanno compreso il giusto valore so­ciale della sofferenza, la tristezza non è altro che il segno di una parabola che si svolge in alti e bassi; ossia si tratta di un susseguirsi di tristi depressioni e illusori eccitamenti che fiaccano sempre di più l’organismo, togliendogli anche la possibilità di reagire anche al male. Per gli ammalati che sono giunti a possedere la vera interpretazione soprannatu­rale della vita sofferente, la tristezza impedisce loro di conseguire la ve­ra santità, mediante la serena, uniforme accettazione della Volontà di Dio. P. Faber sostiene che non vi è nulla che dia al demonio tanta potenza sopra di noi come la tristezza: « persino il peccato mortale molte volte serve di meno agli interessi dell’inferno ».

La tristezza va quindi curata nell’ordine più morale che fisico.
La stessa illusione momentanea che l’ammalato cerca in letture, discorsi,­ ecc., potrebbe cambiarsi in fonte di gioia se egli l’arginasse anziché darle sfogo.

La gioia delle prime vittorie, anche se sudate è un tale allettamento, che spinge a compiere rapide ascese. La tranquillità inoltre dell’anima che l’ammalato non dedito ai vizi possiede, è una grande fonte di gioia.

Lo stesso organismo non vacuamente frustato con futili esaltazioni e irrobustito dalle cure mediche, ha in sé maggiori riserve per resistere al male, per cui l’ammalato più difficilmente si abbandonerà anche in seguito alla tristezza, riprendendo fiducia nella vita che va riacquistando e vedendo il domani un po’ più roseamente.

Per il soggetto che possiede già una discreta formazione religiosa. troverà una buona cura alla sua tristezza, al pensiero che egli deve compiere ciò che Dio vuole e non ciò che egli vuole e che in questo appunto consiste la vera santità, sopportando poi con pace e rassegnazione i difetti che il Signore permette che ciascuno di noi abbia. Evidentemente per tutti gli ammalati è cura alla tristezza la giusta impostazione morale e religiosa del dolore. Gli stessi pensieri oggettivamente capaci ad illuminare e sostenere il paziente, devono essere considerati nella forma più attraente per ciascun individuo allo scopo di ritrarne il maggior frutto.

Non va’ inoltre trascurato il grande fattore generatore di gioia che è la carità; più un ammalato dimentica se stesso e cede al fratello soffe­rente, più scopre in sé risorse di consolazione e di gioia, le quali mentre fugano la tristezza, lo fanno progredire nella via della santità e donano all’organismo, mediante la gioia, nuove ed intime risorse per resistere al male.

I fattori spirituali trovano le radici e si sviluppano nell’uso dei sacramenti e nella continua invocazione di Colei, il cui nome è simbolo di mare di amarezza e che tuttavia viene con frutto chiamata dalla Chiesa nelle litanie Lauretane, Causa della nostra letizia.

Dr. TRIFONE