Ci saranno anche alcuni iscritti al Centro Volontari della Sofferenza alla messa che papa Francesco presiederà in piazza Vittorio Veneto, a Torino, domenica 21 giugno.
Il Pontefice, infatti, si recherà nel capoluogo piemontese per celebrare il bicentenario della nascita di don Bosco e per pregare di fronte alla Santa Sindone.
Bergoglio, tra i vari appuntamenti previsti durante la sua permanenza torinese, visiterà la basilica di Maria Ausiliatrice e il complesso del Valdocco dove vi sono gli ambienti utilizzati da don Bosco durante la vita – in particolare la stanza in cui lavorava e la cameretta dove trascorse gli ultimi giorni della sua esistenza – luoghi che nel 1929 don Filippo Rinaldi, terzo successore del santo alla guida dei Salesiani, decise di trasformare in un luogo di pellegrinaggio.
Proprio don Rinaldi è la figura che lega i salesiani al nostro Padre Fondatore, il beato Luigi Novarese. Fu a lui che Monsignore si affidò, scrivendo la lettera in cui gli chiedeva di pregare, insieme ai ragazzi dell’oratorio, per la guarigione dalla tubercolosi ossea che lo aveva colpito all’età di nove anni.
E fu sempre Rinaldi a volere e a inaugurare la chiesa del Sacro Cuore al Valentino di Casale Monferrato dove il piccolo Luigi andava a pregare Maria Ausiliatrice con la mamma Teresa.
Forte legame con i salesiani dunque, ma anche due vite parallele, quelle di don Bosco e Novarese, che hanno tratti comuni. Il primo fu l’apostolo dei giovani e un grande innovatore rispetto al suo tempo. Il secondo fu definito da Giovanni Paolo II l’apostolo dei malati e resta oggi un maestro di spiritualità.
Nella prima metà dell’Ottocento Don Bosco ha inventato l’oratorio, salvato dalla strada migliaia di ragazzi, ha insegnato loro un mestiere e li ha integrati nella società facendosi promotore di un sistema educativo che è diventato la base di formazione della gioventù cattolica.
Nella prima metà del Novecento, Novarese si è preso cura dell’emarginazione dei disabili, ha inventato i corsi di esercizi spirituali per i malati, ha sostenuto per primo, nel suo insegnamento, la centralità del malato come portatore di diritti e dignità dimostrando come l’esperienza psichica e spirituale dell’infermo potesse diventare sostegno terapeutico nel suo modo di affrontare la malattia.