A Gesù non interessano “le opinioni che noi abbiamo su di Lui” ma “se Lui è nel nostro cuore” e “vuole che noi ci mettiamo in gioco”. Così all’Angelus Francesco, dopo la Messa con la benedizione dei Palli per i nuovi arcivescovi metropoliti. “È triste vedere”, rimarca, che tanti dibattono, “ma pochi testimoniano”.

Di fronte al rischio reale di “dare pareri” e “dire belle parole” ma “non metterci mai in gioco”, l’invito del Papa stamani, all’Angelus, è di seguire l’esempio di Pietro e Paolo che “non sono stati spettatori, ma protagonisti del Vangelo. Non hanno creduto a parole, ma coi fatti”, spendendo la vita per il Signore e i fratelli. Non “ammiratori, ma imitatori di Gesù”, cioè testimoni.

Chi sono io per te? 

Dopo la Messa con la benedizione dei Palli per i nuovi arcivescovi metropoliti, il Papa si affaccia su Piazza San Pietro per l’Angelus, nella Solennità dei Santi Pietro e Paolo. Inizia la sua riflessione partendo dal brano odierno del Vangelo. Gesù, giunto nella regione di Cesarèa di Filippo, pone ai suoi discepoli due domande: “La gente chi dice che io sia?” e “Voi chi dite che io sia?”. Interrogativo fondamentale questo – “Chi sono io per te?” –  che Gesù rivolge “a noi oggi”, afferma il Papa, esortando a dargli una risposta che venga dal cuore: “Chi sono io per te, che sei cristiano da tanto tempo ma, logorato dall’abitudine, hai smarrito il primo amore? Chi sono io per te, che vivi un momento difficile e hai bisogno di scuoterti per ripartire?”.

Il Signore vuol essere l’amore della nostra vita

La prima domanda, nota il Papa, “era un sondaggio per registrare i pareri su di Lui e la fama di cui godeva, ma la notorietà a Gesù non interessa”. La pone per sottolineare “la differenza fondamentale della vita cristiana”: “c’è chi resta alla prima domanda, alle opinioni, e parla di Gesù; e c’è chi, invece, parla a Gesù, portandogli la vita, entrando in relazione con Lui, compiendo il passaggio decisivo” perché al Signore interessa essere “l’amore della nostra vita”, al centro dei nostri pensieri e affetti, non le opinioni che abbiamo su di lui.

La testimonianza di Pietro e Paolo, dunque, ci provoca. “Pietro – rimarca Francesco – non ha parlato di missione: ha vissuto la missione, è stato pescatore di uomini; Paolo non ha scritto libri colti, ma lettere vissute, mentre viaggiava e testimoniava”.

Quante volte, ad esempio, diciamo che vorremmo una Chiesa più fedele al Vangelo, più vicina alla gente, più profetica e missionaria, ma poi, nel concreto, non facciamo nulla! È triste vedere che tanti parlano, commentano e dibattono, ma pochi testimoniano. I testimoni non si perdono in parole, ma portano frutto. I testimoni non si lamentano degli altri e del mondo, ma cominciano da sé stessi. Ci ricordano che Dio non va dimostrato, ma mostrato con la propria testimonianza; non annunciato con proclami, ma testimoniato con l’esempio. Questo si chiama “mettere la vita in gioco”.

Far cadere le maschere e non rimanere tiepidi 

Eppure, nota il Papa, Pietro e Paolo non sempre sono stati testimoni esemplari. Pietro ha rinnegato Gesù e Paolo ha perseguitato i cristiani. Ma entrambi hanno testimoniato anche le loro cadute. San Pietroper esempio, avrebbe potuto dire agli Evangelisti: “Non scrivete gli sbagli che ho fatto”. Invece, il Vangelo riporta la storia nuda e cruda, “con tute le sue miserie”. Così nelle Lettere di Paolo, l’apostolo racconta i suoi sbagli. La testimonianza, infatti, comincia dalla verità su sé stessi, “dalla lotta alle proprie doppiezze e falsità”.

Il Signore può fare grandi cose per mezzo di noi quando non badiamo a difendere la nostra immagine, ma siamo trasparenti con Lui e con gli altri. Oggi, cari fratelli e sorelle, il Signore ci interpella. E la sua domanda è la stessa: Chi sono io per te? Ci scava dentro. Attraverso i suoi testimoni Pietro e Paolo ci sprona a far cadere le nostre maschere, a rinunciare alle mezze misure, alle scuse che ci rendono tiepidi e mediocri.

La Madonna, Regina degli Apostoli, conclude Francesco, “accenda in noi il desiderio di testimoniare Gesù”.

[Fonte: Vatican news]