In occasione del 63° anniversario della morte del Venerabile Angiolino Bonetta (28 gennaio 1963), condividiamo questa riflessione di Raffaella Falco, Suora Operaia della Santa Casa di Nazareth, pubblicata sul Settimanale diocesano “La Voce del Popolo” (n. 3, 22 gennaio 2026). Un testo che ci invita a riscoprire la testimonianza luminosa di questo giovane bresciano, capace di trasformare il dolore in dono attraverso la forza del sorriso e della fede.
Il dolore arriva. Sempre. Quello fisico e quello, più subdolo, della mente o dello spirito. Quasi mai si è preparati a riceverlo, mai a desiderarlo e tanto meno a “usarlo”. Non appartengono più alla nostra esperienza di fede concetti come offerta, sacrificio, espiazione, che hanno forgiato, fino all’altro ieri, grandi figure di santi e alimentato tante devozioni e spiritualità. Sta di fatto, però, che, per quanto si faccia in modo di stare alla larga dal dolore, per tutti arriva il giorno in cui devi farci i conti. Le scelte sono due: o subirlo, lasciando che sia lui a comandare, rendendoti, a seconda dei casi, rabbioso, disperato o consegnato alla resa, oppure trovare il modo di volgerlo a tuo vantaggio e, nei casi più eroici, a vantaggio di chi ti sta intorno. Sto riflettendo su questa possibilità, dopo aver “incontrato” il venerabile Angiolino Bonetta, giovane quattordicenne di casa nostra. Nato a Cigole nel 1948, a 12 anni si ammala di un sarcoma osseo, in seguito al quale gli viene amputata una gamba. E un’esistenza luminosa la sua. Una vita esemplare.
Una fede robusta. Altri tempi. Vero. Tutto vero, ma colpisce la sua capacità di continuare semplicemente a essere quello
che è anche nella malattia, come a dire che l’arma per combattere il dolore non è qualcosa da cercare chissà dove e con chissà quale sforzo. Risiede in ciò che siamo, in quella parte di noi che meglio esprime la nostra unicità. Angiolino è un ragazzino straordinariamente simpatico, divertente, burlone, Suona i campanelli delle case e poi scappa, fa scherzi agli insegnanti, interpreta con facilità i ruoli più disparati nelle recite scolastiche, ovunque porta allegria e buonumore.
Ma un giorno, proprio negli anni in cui la sua vitalità
potrebbe esplodere in qualcosa di molto bello, mentre sta frequentando la scuola presso l’Istituto Artigianelli di Brescia, si ammala. E cosa decide di fare? O meglio, cosa gli viene spontaneo fare, dopo aver scelto di non darla vinta al male? Prendere le sue stampelle e saltellare tra le corsie dell’ospedale per far ridere i malati: una battuta, un gioco di prestigio, ma soprattutto un sorriso incantevole che, stampato su un volto così lumino-so, non può che riaccendere la speranza anche nelle persone più indurite e disperate. Più tardi si darà un nome a questo tipo di cura: la clownterapia, con la differenza che in questo caso a praticarla non è una persona sana, ma un malato. Provare a vivere il dolore mettendo in gioco quello che sono, con la conseguenza di poter far del bene agli altri, è una possibilità che mi sfida. Il dolore non devo cercarlo. C’è. Tanto vale approfittarne.


Scrivi un commento