40 giorni fa era Natale.
Ieri abbiamo celebrato la Candelora: il giorno in cui, secondo il Vangelo di Luca, Gesù viene presentato al Tempio e un anziano “parroco”, Simeone, lo riconosce come “luce che illuminerà le genti”. Ed è giusto ricordarlo, ogni tanto: Gesù non era cristiano. Era un ebreo osservante, cresciuto sotto le regole della Torah, e la presentazione al Tempio era uno dei riti previsti per ogni primogenito maschio.
È qui che la cosa diventa affascinante anche per chi, come me, legge tutto questo con occhi atei: la Candelora è una festa cristiana che poggia su un gesto ebraico, che affonda le radici in usanze ancora più antiche, che a loro volta si intrecciano a riti pagani di cui si parla già nei testi sumeri, legati alla luce, allo scioglimento dell’inverno, alla speranza che torna quando il mondo sembra ancora morto.
È una festa moderna con un tronco antico. Un albero con le radici nel passato e la chioma puntata verso il futuro.
Simeone vede un bambino e parla di luce. I popoli antichi accendevano torce e fuochi per “chiamare” il ritorno del sole. I cristiani hanno trasformato quella luce in una profezia. E noi, nel presente, continuiamo ad accenderla ogni volta che l’inverno ci sembra troppo lungo.
Perché la Candelora, al di là della religione, racconta questo: che la luce non è mai un evento. È un movimento. Una transizione lenta. Uno spostarsi del mondo che noti solo dopo, quando ti accorgi che è cambiato qualcosa nell’aria, come quando ti sorprendi a non stringere più il cappotto fino al mento.
Nei testi sumeri, la luce era un’entità. La luce “veniva” a noi, e noi dovevamo farci trovare pronti, con la candela accesa, per dimostrare di aver sempre creduto nel suo ritorno. E allora, leggiamola così: un promemoria che ci ricorda che ogni inverno, per quanto duro, ha un cedimento. Che ogni buio, anche il più fitto, ha un punto in cui la luce si infila. Che tutto ciò che celebriamo è un modo per dirci: “Ti sembra tutto nero? Guarda meglio. Sta già cambiando.”
Secondo molte culture, la Candelora segna la fine dell’inverno, ma io sono più legato ad altre culture, secondo le quali la Candelora segna l’inizio della sua fine. Perché sembra dirci: “il buio ha già perso, ma non lo sa ancora”. E io amo l’idea che il nostro, di buio, sia stato sconfitto, benché si ostini a sembrare ancora così potente.
Perché la Candelora è questo: la memoria di una luce antica che continua, ostinata, a indicarci la strada di domani.
(di Salvatore Savasta #savastascrivecose)


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