Da fanciulli vediamo il dolore come una sottrazione, un vuoto, un’interruzione ingiusta della vita. Da “grandi”, con quella maturità che solo il fuoco della prova conferisce, iniziamo a scorgere la fecondità, la capacità del dolore di generare vita dove prima c’era solo terra arida.

Questa fecondità non è un concetto astratto; è una legge biologica e spirituale: il chicco di grano deve morire per produrre la spiga.

 

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