Nell’Almo Collegio Capranica a Roma dove il beato si preparò al sacerdozio, il vescovo emerito di Mondovì, che lo conobbe di persona, ne ha riletto la vita con l’immagine biblica della «pietra scartata».
Il 5 novembre 1935 un giovane di Casale Monferrato entrò per la prima volta nell’Almo Collegio Capranica, a Roma. Aveva 21 anni, una lunga malattia alle spalle e la perdita recente della madre. Martedì 20 ottobre, 91 anni dopo, Luigi Novarese è tornato in quelle stanze attraverso le pagine della seconda edizione di Luigi Novarese. Una vita intera al servizio di chi soffre, soggetto attivo di evangelizzazione, la biografia scritta da monsignor Luciano Pacomio e pubblicata dalle Edizioni CVS.
A presentarla sono stati l’autore, vescovo emerito di Mondovì e rettore del Capranica dal 1983 fino alla nomina episcopale, e don Wojciech Grzegorek – per tutti don Wojtek –, Silenzioso Operaio della Croce e Presidente della Confederazione CVS Internazionale. Anche loro, come Novarese, si sono formati in quel collegio. Li ha accolti l’attuale rettore, don Filippo Nicolò, che ha inserito la serata negli incontri culturali e formativi del martedì. Sullo sfondo, l’80° anniversario del Centro Volontari della Sofferenza, che Novarese fondò il 17 maggio 1947 e che si celebrerà il prossimo anno.
La prima edizione uscì nel 1997, quando Novarese era ancora servo di Dio. La seconda, riveduta e ampliata, arriva dopo la beatificazione dell’11 maggio 2013 nella basilica di San Paolo fuori le Mura e le dedica un nuovo capitolo. A quella celebrazione, ha ricordato don Wojtek, il Capranica partecipò con il servizio dei suoi alunni. Del volume ha sottolineato soprattutto la ricchezza delle fonti citate. Rispetto alla biografia del giornalista Mauro Anselmo, costruita come un racconto coinvolgente, quella di Pacomio, biblista, poggia sui documenti e riporta ampi stralci degli scritti del beato: in attesa di un’edizione critica, è uno dei pochi luoghi in cui oggi è possibile leggerli. Secondo i teologi incaricati di esaminarli per la causa, ha spiegato, meritano tutti di essere pubblicati, perché insieme compongono «una piccola summa cristiana sulla teologia della sofferenza». La prefazione è di padre Carmine Arice, superiore della Piccola Casa della Divina Provvidenza, il Cottolengo di Torino, che coglie il tratto decisivo di Novarese: «I malati videro in lui più il testimone che il maestro».
Pacomio ha scelto di raccontarlo in prima persona. Ha spiegato di guardare a Novarese da tre punti di osservazione: la comune diocesi di Casale Monferrato; il Capranica, dove arrivò anch’egli quasi per caso, dirottato dopo sei giorni trascorsi al Seminario Lombardo, la meta abituale dei chierici casalesi; i documenti studiati per il libro. Poi c’è la conoscenza personale. Pacomio lo incontrò per la prima volta nel dicembre 1964, agli Esercizi spirituali che precedettero il suo diaconato, nella Casa Cuore Immacolato di Maria a Re, in Val Vigezzo: fu Novarese ad aprirli con «una predica forte e coinvolgente». In diocesi tutti lo conoscevano per le opere e per un rigore spirituale che al giovane Pacomio, ha ammesso scherzando, ricordava padre Pio da Pietrelcina e incuteva un certo timore. Da rettore, Pacomio lo ritrovò nell’ultimo anno e mezzo di vita del Fondatore, quando Novarese affidò al collegio i primi seminaristi della sua Opera. Il 21 gennaio 1984 lo accolse per la festa di sant’Agnese, patrona del Capranica, una ricorrenza in cui Novarese tornava spesso a pregare tra quelle mura.
Don Wojtek ha riportato i presenti a quel 1935. Il 23 maggio era morta la madre, Teresa Sassone, rimasta vedova quando Luigi aveva nove mesi: lo aveva cresciuto e sostenuto nei lunghi anni della coxite tubercolare, da cui il figlio guarì nel 1931. Il ragazzo sognava di diventare medico. Nel lutto affrontò la maturità scientifica a Torino e fu bocciato. Il padre spirituale gli consigliò di non prendere decisioni e di riposarsi al mare: lì, sulla spiaggia, riaffiorò il desiderio del sacerdozio, che gli avrebbe permesso di dedicarsi ai malati in un’altra dimensione [Novarese diceva “fare il passo più lungo” dedicandosi agli ammalati preoccupandosi non solo per la salute terrena ma anche quella eterna – se riesci a esprimerlo meglio, modifica pure, “ugualmente” mi sembra che mette le due dimensioni completamente alla pari]. Superati a Casale gli esami suppletivi di filosofia, in novembre il vescovo lo mandò a Roma.
Al Capranica i compagni scoprirono il suo lato solare. Il bollettino che gli alunni pubblicavano all’epoca, letto da don Wojtek, salutava il «carissimo Novarese, allegro, faceto, pieno di iniziativa», capace di portare nella vita comune «un’onda di gaiezza» e di conquistarsi popolarità anche come organizzatore del canto. Le testimonianze degli amici lo descrivono scherzosamente come «la persona più potente del collegio»: gestiva l’infermeria e decideva chi poteva restarci; lì accanto faceva anche il barbiere. Quello di infermiere, annota Pacomio nel libro, era un servizio che prestava volentieri, «avendo molto appreso sulla propria pelle durante i lunghi anni di malattia».
Pacomio ha descritto gli anni del Capranica come un’esperienza «positiva e promovente» per il giovane Novarese. Lo dimostrano il legame con il rettore di allora, monsignor Cesare Federici, che i capranicensi di quella generazione ricordavano come «un papà» e al quale Novarese scrisse spesso, considerandolo un modello di superiore, e le amicizie durate tutta la vita. Tra queste, quella con Pasquale Venezia, compagno di scherzi e poi vescovo di Ariano Irpino: fu lui a dare l’approvazione diocesana ai Silenziosi Operai della Croce, erigendoli nel 1960 presso il santuario di Valleluogo. Pacomio, casalese anche lui, ha rivendicato con orgoglio un primato: in quasi 600 anni di storia del collegio, Novarese è il primo alunno proclamato beato.
Per leggere questa vicenda Pacomio ha proposto un’immagine biblica quella della parabola dei vignaioli perfidi in cui, nel Vangelo di Marco, Gesù cita il salmo: «La pietra che i costruttori hanno scartato è diventata testata d’angolo». Alla fine della sua vita terrena, ha osservato Pacomio, Gesù rilegge la propria storia con queste parole e la propone a ciascuno. Così le sofferenze fisiche e affettive, i rifiuti, i traguardi mancati possono diventare «la chiave di volta del perché»: del perché siamo al mondo e possiamo affiancarci agli altri. Pacomio vi ha incluso anche se stesso: «Io sono un capolavoro di cose incompiute», ha detto sorridendo, «e pazienza: ho capito che la mia vita è questa».
Don Wojtek ha riletto con la stessa immagine la vita del beato. Per l’immaginetta dell’ordinazione sacerdotale, ricevuta in San Giovanni in Laterano il 17 dicembre 1938, Novarese scelse un versetto del Salmo 26: «Mio padre e mia madre mi hanno abbandonato, ma il Signore mi ha raccolto». Ultimo di nove figli, orfano di entrambi i genitori, celebrò la prima messa – ha raccontato don Wojtek – senza nessuno dei suoi accanto. Quel sentirsi scartato non lo elaborò in un pomeriggio: ci mise anni, anche quelli in cui al Capranica tutti lo vedevano sereno e gioioso. All’ordinazione trovò la chiave biblica per rileggerlo. In fine, solo una vita di comunione con il Signore può trasforma questa realtà, ha aggiunto: «Si può essere felici anche nella sofferenza».
Ne è testimone anche, una pagina di diario del 16 dicembre 1954, citata da Pacomio, scritta in un tempo di povertà estrema, di precarietà e di incomprensioni, mentre cominciava a sorgere la casa di Re. Ne nacque un personale Magnificat, in cui ringraziava per la malattia, per la morte della madre, per la bocciatura al liceo, per le difficoltà incontrate ovunque, per i tanti ammalati che aderivano all’Opera e per le prime vocazioni sacerdotali, fino alle proprie imperfezioni, «perché sono un povero nulla al servizio di Maria».
Quel cantico, ha raccontato don Wojtek, è diventato la trama della sua vita. Novarese lo cantava spesso e chiese ai Silenziosi Operai della Croce di pregarlo dopo la Comunione e alla morte di ciascuno di loro. Ancora oggi, quando un Silenzioso muore, la comunità per prima cosa intona il Magnificat, e la stessa parola è incisa sulle tombe, compresa quella del Fondatore nella chiesa di Santa Maria del Suffragio, in via Giulia. Tra i ricordi che le sorelle custodiscono c’è quello di una consorella in fin di vita mentre Novarese era lontano: al telefono le fece dare «l’obbedienza» di aspettarlo. Lei attese; quando il Fondatore arrivò, cantarono insieme il Magnificat e solo allora la donna si spense.
La vita di Novarese conobbe anche opposizioni e ferite. Pacomio ha raccontato che ogni mese Novarese celebrava una messa per chi lo aveva ostacolato, per non lasciare spazio al rancore. Pacomio, che gli fu vicino, ha riconosciuto in lui la capacità di custodire la pace del cuore in mezzo a «continui terremoti».
Il centro della relazione di Pacomio è stato un’immagine semplice: il carisma di Novarese come un’autostrada a tre corsie. La prima riguarda il malato, qualunque sia la sua sofferenza, affettiva, psicologica o fisica: non è mai oggetto di compassione, ma «soggetto d’amore». Pacomio lo ha toccato con mano a Fatima, incontrando Volontari della Sofferenza ventenni immobilizzati dalla malattia e capaci di incoraggiare chi andava a salutarli. Soggetti d’amore, ha precisato, «capaci di amare, abilitati ad amare, perché amati loro stessi».
Un volto preciso lo aveva offerto don Wojtek in apertura. Nel suo primo anno da alunno del Capranica aveva proposto di invitare in collegio Paolo Marchiori, Volontario della Sofferenza che da circa 20 anni vive con la SLA. Marchiori aveva detto parole semplici e impegnative sulla preghiera e sul modo di vivere il proprio tempo. Per don Wojtek quella testimonianza dice l’essenziale del carisma: chi è malato non è condannato soltanto ad accogliere le cure e ad aspettare che qualcuno abbia pietà di lui, perché ha ancora una missione da compiere. Attorno al letto di Marchiori si è creato un movimento di persone in cerca di speranza: «persone che vengono proprio per ricevere la forza e la consolazione, non tanto a consolare».
La seconda corsia muove da un’affermazione netta: «La malattia non deve essere una prigione», un luogo in cui ci si chiude, ci si difende e si cercano soltanto rimedi per attenuare il dolore. Può diventare l’occasione per offrire se stessi insieme al Signore, che non si nasconde davanti alle nostre sofferenze ma soffre con noi. Per spiegarlo Pacomio ha parlato della preghiera con parole quotidiane: pregare è accettare di essere al mondo, respirare, lasciar battere il cuore, dire «sono al mondo per qualcuno, sono al mondo con qualcuno, sono amato da qualcuno». Una preghiera continua, alla portata anche di chi ha perso le forze.
La terza corsia è la «felicità possibile». «Anche l’ammalato può essere una persona felice», ha affermato Pacomio; e lo stesso vale per chi si sente incompiuto, chi non ha raggiunto un traguardo, chi vede i propri desideri restare tali: lo scarto può diventare risorsa. Serve però uno sguardo onesto sulla propria storia, perché la memoria è selettiva e di 360 giorni di salute finisce per trattenere soprattutto i cinque di febbre. La vita, ha detto, è un’altalena di gioia e dolore, come la notte e il giorno, il bel tempo e il brutto tempo, e nessuno di questi momenti è definitivo: «La dialettica non è solo un valore di natura filosofica, è l’esperienza vitale di ciascun uomo». Per questo bisogna aiutarsi a vicenda a rileggere il proprio cammino.
In chiusura Pacomio ha detto che cosa la vita di Novarese ha insegnato a lui. Anzitutto una serenità realistica, quella della parabola del grano e della zizzania, che crescono insieme fino alla mietitura. Ai giovani del collegio l’ha tradotta senza giri di parole: nessuno, per quanto intelligente, stratega o operativo, avrà una Chiesa splendida; «avrete la Chiesa che potrete avere, e se vi accontentate sarete persone felici». Poi l’arte di coniugare desideri e limiti: chi ci riesce è felice, perché i desideri non diventano smodati e i limiti «non ci accasciano e non ci azzerano». E la convinzione, presa in prestito dal biblista gesuita Paul Beauchamp, che «nessun momento è migliore dell’altro». Qui è arrivata l’ironia sull’età: un tempo, al Capranica, si radeva in un quarto d’ora, oggi deve mettere in conto tre quarti d’ora; e se dimentica qualcosa al piano di sopra benedice le scale, che gli risparmiano palestra e terapie.
Il lavoro di conoscenza, intanto, è appena cominciato. Don Wojtek ha segnalato il volume, pubblicato di recente, che raccoglie i documenti sull’impegno di Novarese per l’assistenza religiosa nei luoghi di cura. Fu il cardinale Giuseppe Siri, allora presidente della CEI, a chiedergli un’indagine sulla situazione spirituale negli ospedali italiani: il primo passo di un servizio che, in un certo senso, fa di lui il fondatore della pastorale della salute in Italia. Don Wojtek ha ricordato poi l’archivio storico dei Silenziosi Operai della Croce, aperto da due anni presso la Direzione generale, in via di Monte del Gallo a Roma con l’invito ai seminaristi è stato esplicito: chi cerca un tema inedito, lì ha tanto terreno da scoprire.
In questo cantiere la nuova edizione di Luigi Novarese. Una vita intera al servizio di chi soffre si propone, alla vigilia degli 80 anni del CVS, come un punto di partenza solido: documenti, memoria e lo sguardo di chi il Fondatore lo ha conosciuto di persona.
Le domande dei presenti hanno aggiunto vari tasselli. A chi gli chiedeva un consiglio per il cammino verso il presbiterato ha indicato invece un punto d’Archimede: «Prendere sul serio la vita concreta». Non partire da un desiderio o da un messaggio, ma da ciò che si è, con i motivi di gioia e di sofferenza, i ricordi che premono, i desideri che spingono, i progetti rimasti a metà. È lì che la storia di Novarese incontra quella di ciascuno. «Al nostro posto», ha detto Pacomio, «non può far niente nessuno».






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