10 anni dalla scomparsa di Papa Giovanni Paolo II

 

Dieci anni fa, il 2 aprile 2005, moriva Giovanni Paolo II. Papa Francesco ne ha reso omaggio durante l’udienza generale del mercoledì: “Lo ricordiamo – ha detto Bergoglio rivolto ai fedeli polacchi presenti in piazza San Pietro – come grande Testimone di Cristo sofferente, morto e risorto, e gli chiediamo di intercedere per noi, per le famiglie, per la Chiesa, affinché la luce della risurrezione risplenda su tutte le ombre della nostra vita e ci riempia di gioia e di pace”.
Giovanni Paolo II, santificato dal papa argentino il 27 aprile di un anno fa, ha sempre manifestato durante il suo lungo pontificato amicizia e ammirazione per monsignor Luigi Novarese.
I rapporti tra loro, infatti, furono intensi.
Tanti sono stati i messaggi, le lettere, i discorsi, che è difficile, scrive don Remigio Fusi nel volume Sulle orme di monsignor Novarese (Edizioni CVS), farne una sintesi.
Almeno due sono gli eventi da ricordare. Il 26 maggio 1987, il Papa incontrò undicimila Volontari della Sofferenza riuniti nell’Aula Paolo VI per celebrare i quarant’anni dell’associazione. Dieci anni dopo, il 6 settembre 1997, intervenne al cinquantenario del CVS al Palaghiaccio di Roma e, parlando ai seimila presenti dopo il saluto di sorella Elvira Myriam Psorulla, ricordò l’eredità di monsignor Novarese, scomparso nel 1984. «Egli è spiritualmente presente fra noi e sicuramente continua ad accompagnare dal Cielo quest’opera, sgorgata dal suo cuore sacerdotale».
Ma non solo. Fin dall’inizio del suo pontificato, Giovanni Paolo II pose l’attenzione sulla sofferenza. Nel primo messaggio Urbi et Orbi, pronunciato nella cappella Sistina il 17 ottobre 1978, Wojtyla rivolse agli ammalati una richiesta: «L’indegno successore di Pietro ha un grande bisogno del vostro aiuto, del vostro sacrificio».
Fu il Papa polacco, nel 1992, a istituire l’11 febbraio come “Giornata mondiale del malato” e fu ancora lui il primo pontefice a dedicare al tema del dolore un documento che monsignor Novarese non esitò a definire “la grande carta” della valorizzazione della sofferenza.
La lettera Salvifici Doloris, fu pubblicata l’11 febbraio 1984, festa della Madonna di Lourdes.
«In tutti i corsi di Esercizi spirituali a Re e nelle Case della nostra Associazione», disse Monsignore, «la Lettera del Santo Padre è stata ampiamente commentata, proprio per approfondirne il significato e tradurlo in realtà di vita apostolica».
Perché questo scritto è così importante? Perché sottolinea la necessità di superare il modo tradizionale di guardare l’ammalato. Perché sorpassa “la mentalità pietistica” [come ebbe a sottolineare don Antonio Giorgini nel commento al testo] e, mettendo in evidenza il valore spirituale della sofferenza, la definisce un’irrinunciabile risorsa per la Chiesa e per il mondo.
Un altro documento del Papa molto apprezzato dai Silenziosi Operai della Croce e dagli ammalati, fu l’esortazione apostolica Cristefideles laici, firmata da Wojtyla il 30 dicembre 1988. Nel sottolineare l’apporto prezioso e fondamentale dei laici nella vita della Chiesa, Giovanni Paolo II rimarcò il ruolo degli infermi: «Anche i malati sono mandati come operai nella vigna del Signore. Il peso, che affatica le membra del corpo e scuote la serenità dell’anima, lungi dal distoglierli dal lavorare nella vigna, li chiama a vivere la loro vocazione umana e cristiana e a partecipare alla crescita del Regno di Dio in modalità nuove, anche più preziose».

Pubblicato il 2 aprile 2015

 

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