Si è concluso il Convegno di Firenze

 

“Quello fatto insieme è stato un cammino sinodale, che ci ha fatto sperimentare la bellezza e la forza di essere parte viva del popolo di Dio, sostenuti dalla comunione fraterna, che in Cristo trova la sua fonte e che ci apre quindi alla condivisione, alla correzione vicendevole e alla comunicazione di idee e carismi. Il frutto di tale itinerario rappresenta fin d’ora un nuovo punto di partenza per il cammino delle nostre comunità e dei singoli credenti. La Chiesa italiana ha celebrato in questi giorni il suo quinto Convegno ecclesiale, ma ha fatto ben di più, essa ha scelto di assumere il percorso del Convegno e di mettersi in gioco, in un impegno di conversione finalizzato a individuare le parole più efficaci, le categorie più consone e i gesti più autentici attraverso i quali portare il Vangelo nel nostro tempo agli uomini di oggi”.
E’ con queste parole del caridnal Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova e Presidente della CEI, che si è concluso venerdì 13 novembre il V Convegno Ecclesiale Nazionale di Firenze dal titolo “In Gesù Cristo, in nuovo Umanesimo”.
Quattro giorni di lavori, impreziositi dalla presenza del Santo Padre, dedicati ad approfondire cinque vie da percorrere insieme agli uomini del nostro tempo, cinque verbi proposti dalla “traccia” preparatoria del Convegno: uscire, annunciare, abitare, educare e trasfigurare.
Circa 2200 tra vescovi, sacerdoti, laici, religiosi, giovani e adulti da tutte le diocesi italiane, si sono seduti uno accanto all’altro e hanno messo sul piatto il proprio vissuto e quello delle proprie comunità. Ad aiutare i delegati nel lavoro di confronto c’erano le riflessioni offerte dalla Traccia elaborata all’inizio del cammino di preparazione. Un sussidio che è stato sintetizzato in un opuscolo più breve inserito nelle sacche dei partecipanti ai lavori nella Fortezza da Basso.
“Perché ci si è trovati insieme a Firenze? Perché ci si è confrontati per molte ore? – spiega monsignor Nunzio Galantino, Segretario generale della CEI in un’intervista ad Avvenire- Non per lamentarsi, non per chiuderci in noi stessi, ma per dare concretezza a ciò che più è proprio della sinodalità, ossia il discernimento. L’esercizio di sinodalità di Firenze è stato volutamente un esercizio di discernimento con precisi criteri, già indicati due anni fa nell’”Invito” al Convegno: la verità, ossia il non avere paura di guardare la realtà delle nostre Chiese, dei nostri territori, della società in cui viviamo; la complessità, cioè la bella fatica di cogliere la pluralità di elementi che concorrono a determinare la realtà, lontano da banali semplificazioni; la speranza, vale a dire il leggere la realtà nella sua complessità nella consapevolezza credente che lo Spirito è all’opera; la progettualità, che è tensione pratica a diffondere il bene”.
Il “Nuovo umanesimo in Gesù Cristo”, quindi, è una sfida nei contenuti “ma soprattutto nel metodo – prosegue Gelantino. I Convegni decennali precedenti si differenziavano per il titolo ma erano identici nel modello: un relatore centrale, grandi gruppi di studio, le conclusioni. A Firenze abbiamo sperimentato un metodo che è esso stesso contenuto, e che non è solo un titolo ma un modo di essere Chiesa. Si è voluto mettere in atto l’invito del Concilio: vivere e operare con uno stile di sinodalità, un impegno che ha ricevuto un forte impulso da Papa Francesco che con i suoi interventi per i due Sinodi sulla famiglia ci ha spiegato in maniera chiara cosa chiede e propone”.

Pubblicato il 16 novembre 2015

 

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