Il 4 marzo, a firma della Commissione Teologica Internazionale, la Santa Sede ha pubblicato il documento “Quo vadis, humanitas? Pensare l’antropologia cristiana di fronte ad alcuni scenari sul futuro dell’umano”.
Nel 60° anniversario della Gaudium et Spes, il documento affronta le sfide poste da intelligenza artificiale, transumanesimo e post umanesimo, mettendo in guardia dai rischi verso la dignità umana, l’identità e la giustizia sociale e proponendo una visione cristiana dello sviluppo umano integrale, orientato al bene comune.
Non si tratta di un testo di condanna della tecnologia, ma di discernimento. La Commissione riconosce il valore delle innovazioni scientifiche e tecnologiche, ma mette in guardia dal rischio che alcune prospettive sul futuro dell’uomo producano non un umano eccezionale, bensì “forme di eccezione all’umano autentico”.
Il documento segnala quattro elementi problematici ricorrenti:
il tentativo di reinventare radicalmente l’identità umana;
un perfezionismo “individualista ed elitario” che rende superflua la condizione umana attuale;
il rischio di nuove fratture sociali tra un’umanità “potenziata” e una destinata all’esclusione;
e uno sguardo generalmente negativo sull’esperienza religiosa, considerata come ostacolo al progresso.
In questo quadro, il documento avverte che un sapere “senza corpo, né limiti, né legami, né senso morale” può diventare “una minaccia rispetto al vero bene dell’umanità”.
Due parole difficili: transumanesimo e postumanesimo.
Il primo è un movimento filosofico e culturale che sostiene l’uso delle tecnologie per superare i limiti biologici dell’essere umano, fino a prospettare l’estensione indefinita della vita e l’“immortalità individuale supportata dalla tecnologia”.
Il secondo mette in discussione la centralità della forma umana e propone una visione in cui il confine tra uomo, macchina e ambiente diventa sempre più fluido, fino a rendere “del tutto fluido il confine tra l’umano e la macchina”.
Il documento non si limita alla critica ma propone una lettura positiva della condizione umana articolata attorno a quattro categorie.
La prima è lo “sviluppo integrale”: ogni concezione di progresso deve essere orientata a un “orizzonte personale e sociale, commisurato al bene comune”.
La seconda è la “vocazione integrale”.La terza categoria è l’“identità”, descritta come “dono e compito”: non una realtà immobile ma una dinamica che si costruisce nelle relazioni, nella corporeità, nell’appartenenza a un popolo e nella relazione con Dio.La quarta è la “condizione drammatica” dell’esistenza.
In Cristo, afferma il documento, le tensioni che attraversano l’esperienza umana trovano il loro compimento: “non ci può essere ‘trans’ o ‘post’ che la novità di Cristo non abbia già integrato in anticipo”.
Lo sguardo conclusivo del testo si rivolge ai poveri. Lo sviluppo tecnologico, osserva la Cti, tende a favorire soprattutto chi possiede già potere e risorse, con il rischio che i più fragili diventino “danni collaterali, spazzati via senza pietà”. Per questo – ricorda Papa Leone XIV nella Dilexit te – “Cristo col suo amore donato sino alla fine mostra la dignità di ogni essere umano”, una dignità che non ammette eccezioni né potenziamenti selettivi.


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