Anche la Sicilia è arrivata davanti a un bivio. Il dibattito sul “fine vita” è entrato concretamente all’Assemblea Regionale Siciliana, dove sono state presentate proposte sul suicidio medicalmente assistito.

Non parliamo più, dunque, di qualcosa che accade lontano da noi. Riguarda i nostri ospedali, i medici, i malati e le loro famiglie. E proprio pensando a loro occorre affrontare il tema senza slogan e senza semplificazioni.

Prima di tutto, ascoltare chi soffre

Il malato che, schiacciato dalla sofferenza, arriva a desiderare la morte non deve essere giudicato. Deve essere ascoltato. Dietro quella domanda possono esserci dolore fisico, angoscia, perdita dell’autonomia, solitudine, depressione, paura di essere diventati un peso.

La prima risposta cristiana non è una norma morale pronunciata da lontano, ma una presenza: fermarsi, avvicinarsi, prendersi cura. Proprio perché prendiamo sul serio quella sofferenza, però, dobbiamo porci una domanda: la risposta della società a chi non riesce più a sopportare la propria vita può diventare l’organizzazione sanitaria della sua morte?

Serve anche precisione nelle parole. Eutanasia e suicidio medicalmente assistito non sono giuridicamente la stessa cosa. Nell’eutanasia l’atto che provoca la morte è compiuto da un’altra persona; nel suicidio assistito l’atto finale è compiuto dal paziente. In entrambi i casi, tuttavia, siamo davanti a questioni decisive: sofferenza, autodeterminazione, tutela della vita, dignità e ruolo della medicina.

Che cosa ha stabilito la Corte Costituzionale

Anche sul piano giuridico bisogna evitare semplificazioni. In Italia non esiste un generico e illimitato “diritto al suicidio assistito”.

Con la sentenza n. 242 del 2019, la Corte Costituzionale ha individuato una circoscritta area di non punibilità dell’aiuto al suicidio in presenza di precise condizioni: patologia irreversibile, sofferenze fisiche o psicologiche reputate intollerabili, dipendenza da trattamenti di sostegno vitale e piena capacità di assumere decisioni libere e consapevoli. Le condizioni e le modalità devono inoltre essere verificate nell’ambito del Servizio Sanitario Nazionale, previo parere del comitato etico competente.

In assenza di una disciplina organica nazionale, alcune Regioni sono intervenute sugli aspetti organizzativi. Le pronunce della Corte sulle leggi di Toscana e Sardegna hanno però mostrato quanto sia delicato il confine tra le competenze regionali in materia di tutela della salute e quelle riservate allo Stato.

Una questione che tocca vita, libertà, responsabilità medica e protezione delle persone vulnerabili merita dunque grande prudenza.

La libertà richiede alternative reali

L’autodeterminazione è un principio essenziale: il malato non è un oggetto nelle mani della medicina. Ma la Costituzione tiene insieme diritti inviolabili e doveri di solidarietà, libertà individuale e tutela della salute.

Anche la dignità non dipende dall’efficienza o dall’autonomia. Una persona non diventa meno degna perché non cammina, dipende da un respiratore, necessita dell’aiuto altrui o non può guarire.

È qui che il dibattito sul fine vita incontra una questione molto concreta: abbiamo garantito davvero il diritto alle cure palliative?

La legge n. 38 del 2010 riconosce il diritto ad accedere alle cure palliative e alla terapia del dolore. La legge n. 219 del 2017 stabilisce che il medico debba alleviare le sofferenze del paziente, evitare l’ostinazione irragionevole nelle cure e consente, nelle condizioni previste, la sedazione palliativa profonda continua.

Essere contrari al suicidio assistito, dunque, non significa essere favorevoli all’accanimento terapeutico. Tra il prolungare inutilmente l’agonia e provocare la morte esiste un’altra strada: la cura.

La domanda che la Sicilia dovrebbe porsi

È la stessa Corte Costituzionale, con la sentenza n. 66 del 2025, ad avere riconosciuto che in Italia non è ancora garantito un accesso universale ed equo alle cure palliative, richiamando liste d’attesa, carenza di personale formato, differenze territoriali e insufficienze nella presa in carico sociosanitaria.

Da qui nasce una domanda che vorrei rivolgere ai deputati dell’Assemblea Regionale Siciliana: prima di stabilire tempi certi per il suicidio medicalmente assistito, possiamo garantire tempi altrettanto certi per le cure palliative?

Possiamo assicurare, in ogni provincia siciliana, assistenza domiciliare, terapia del dolore, hospice, sostegno psicologico, accompagnamento spirituale per chi lo desidera e un aiuto concreto alle famiglie?

Una scelta può dirsi realmente libera quando esistono alternative concretamente accessibili. Se una persona deve scegliere tra morire e continuare a vivere nel dolore, nella solitudine o sentendosi un peso per i propri familiari, quella libertà rischia di essere profondamente condizionata.

Quando non possiamo guarire, possiamo curare

Anche il Magistero della Chiesa è più articolato di quanto talvolta venga rappresentato. San Giovanni Paolo II ha distinto nettamente l’eutanasia dalla rinuncia a trattamenti sproporzionati. Samaritanus bonus ha posto al centro il “prendersi cura”. Dignitas infinita ha ribadito che la sofferenza non cancella la dignità intrinseca della persona.

Non si tratta, quindi, di scegliere la sofferenza. Si tratta di non abbandonare chi soffre.

Per questo al confronto sul fine vita dovrebbe accompagnarsi un impegno altrettanto concreto: fare della Sicilia una Regione all’avanguardia nelle cure palliative. Rafforzare l’assistenza domiciliare e gli hospice. Formare medici e infermieri. Sostenere le famiglie. Ridurre le diseguaglianze territoriali. Garantire il diritto a non soffrire inutilmente.

Su questo terreno credenti e non credenti possono incontrarsi: nella Costituzione, che parla di solidarietà e rispetto della persona; nella medicina, che non significa soltanto guarire ma anche curare; nella legge italiana, che riconosce il diritto alle cure palliative.

Prima di domandarci come accompagnare una persona alla morte, dovremmo essere certi di avere fatto tutto il possibile per accompagnarla nella vita, anche quando quella vita è fragile e prossima alla fine.

Quando non possiamo più guarire, possiamo ancora curare. Quando non possiamo eliminare la malattia, possiamo alleviare il dolore. Quando non possiamo impedire la morte, possiamo impedire la solitudine.

L’articolo è stato pubblicato su “Prospettive”