Nella Sala Stampa della Camera dei Deputati, il 10 giugno scorso, è stato presentato il volume Inizio e fine. Una visione integrale per una sfida attuale (Edizioni CVS), del sacerdote pugliese don Francesco Coluccia. Un libro che non sceglie le trincee del dibattito politico, ma propone un cammino diverso: partire dai dati biologici, giuridici e clinici per approdare alle domande che i dati da soli non riescono a risolvere.

«Non un grido ideologico — ha spiegato l’autore — ma una proposta culturale e morale radicata nella ragione e nella verità. La vita umana è sacra, e solo Dio ne è il Signore: nessuna autorità può permettere l’uccisione di un innocente». Don Coluccia ha tracciato il dovere degli operatori sanitari: «Guarire, curare, consolare. L’ammalato che si sente solo rischia di scivolare nella depressione; noi dobbiamo essergli vicini, non eliminarci il problema».

A portare il saluto delle Edizioni CVS è stato don Johnny Freire, Moderatore generale dei Silenziosi Operai della Croce — la casa editrice che ha voluto e sostenuto il volume. Portoghese di origine, da anni al servizio del carisma novaresiano in Italia, don Johnny ha aperto il suo intervento con un ricordo personale, quasi a inquadrare il libro in una storia di amicizia oltre che di collaborazione: «Se ricordo bene, il nostro primo titolo pubblicato insieme risale al 2007. E credo di poter dire che prossimamente ne arriverà un altro…». Ha poi indicato il filo spirituale che percorre l’intero saggio: «La questione non è mai la fragilità in sé, ma la risposta che io do alla fragilità. Il campo della fragilità è anche il campo dove si misura la nostra umanità». Una riflessione, ha sottolineato, che in don Coluccia non nasce dal chiuso degli studi accademici ma dall’incontro diretto con le persone: con i malati, con i disabili, con chiunque porti nel corpo o nell’anima il peso della vulnerabilità. È proprio questa radice esperienziale, secondo don Johnny, a fare del libro qualcosa di più di un saggio di bioetica: un atto d’amore verso i fragili, scritto da chi i fragili li conosce e li frequenta.

Marina Casini, presidente del Movimento per la Vita, ha sottolineato il merito di una visione «integrale», che dalla scienza arriva alla spiritualità passando per il diritto e la politica. «L’inizio e la fine non sono segmenti periferici: quando la vita è nuda e povera, lì c’è un nostro fratello».

Stefano Ojetti, presidente dell’AMCI, ha lanciato l’allarme sulla «cultura della morte» che i social stanno normalizzando, invocando un’alleanza educativa tra famiglia, scuola e parrocchia. Aldo Bova, del Forum Socio-Sanitario, ha insistito sull’umanizzazione delle cure e sul potenziamento degli hospice come argine al dilagare delle richieste di suicidio assistito.

Un coro di voci diverse, unite da una stessa convinzione: non abbiamo bisogno di meno vita, ma di più cura. Non di soluzioni rapide, ma di compassione autentica.