2ª settimana di Avvento – Il presepe: le case in rovina

 

Proseguiamo la riflessione sulla Lettera Apostolica Admirabile signum, nell’intento di sentirci “coinvolti nella storia della salvezza, contemporanei dell’evento che è vivo e attuale nei più diversi contesti storici e culturali”, come scrive il Papa (n. 3).

 

Questa volta consideriamo un elemento del paesaggio descritto nella Lettera, quello delle abitazioni: “Una parola meritano anche i paesaggi che fanno parte del presepe e che spesso rappresentano le rovine di case e palazzi antichi, che in alcuni casi sostituiscono la grotta di Betlemme e diventano l’abitazione della Santa Famiglia. Queste rovine sembra che si ispirino alla Legenda Aurea del domenicano Jacopo da Varazze (secolo XIII), dove si legge di una credenza pagana secondo cui il tempio della Pace a Roma sarebbe crollato quando una Vergine avesse partorito. Quelle rovine sono soprattutto il segno visibile dell’umanità decaduta, di tutto ciò che va in rovina, che è corrotto e intristito. Questo scenario dice che Gesù è la novità in mezzo a un mondo vecchio, ed è venuto a guarire e ricostruire, a riportare la nostra vita e il mondo al loro splendore originario”.

Queste riflessioni ci invitano a considerare nella nostra vita cosa è nuovo e cosa è vecchio, secondo i valori del vangelo.
“Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?” ci interrogava il profeta Isaia (Is 43, 19).
Una domanda posta anche a noi oggi, distratti e superficiali nel notare le coese piccole e preziose, così come anche le persone apparentemente piccole e senza abilità particolari.

Ci viene anche chiesto di concentrarci sul tempo presente per renderlo fecondo, per riconsegnarlo a Dio. “Non ricordate più le cose passate! In tutte le Scritture Dio chiede sempre di ricordare, di tenere viva la memoria, senza la quale si perde il senso della vita. Eppure qui sembra dare un’indicazione contraria: per il popolo la memoria dell’esodo egiziano era diventata un ostacolo, un mito sterile che paralizzava la vita. A Babilonia il popolo non vedeva le stesse cose che ricordava in Egitto e per questo pensava impossibile un nuovo esodo. In queste condizioni non rimane che annegare nella tristezza, perché il passato è diventato ciò che ammazza la vita.
Dio però invita il popolo a non essere chiuso nei vecchi schemi, ad aprirsi a nuovi orizzonti, senza nostalgia del passato. La memoria deve contenere l’annuncio di qualcosa di nuovo e non può essere perciò conservatrice.

È vero che Dio è sempre lo stesso, eppure è sempre altro, va sempre più avanti delle cose grandi che ha già fatto. Si tratta allora di riconoscere i nuovi orizzonti per poter camminare nel deserto.
Gesù ci avverte: se diamo eccessiva importanza alle cose che possediamo, dimentichiamo che esse possono andare in rovina. Mentre chi segue lui è costantemente rinnovato nell’amore.

 

Riflessione artistica
Gian Maria Tosatti: “La mia parte nella Seconda Guerra mondiale”

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Ci troviamo di fronte a un nulla: solo terra e cenere.
Questo vuoto interpella: ognuno è invitato a riflettere, a rendere conto delle devastazioni delle quali è portatore, a ricollocare se stesso in relazione agli altri viventi e al mondo creato, scegliendo di dare vita o di annullarla, di rovinare o di costruire.
Da sempre la vita si dispiega tra le rovine dei mondi precedenti, in un processo continuo nel quale ciò che finisce è anche ciò che inizia.
Cogliere l’ambivalenza tra un mondo in fine e un mondo infine significa imparare a collocarsi sulla soglia della trasformazione continua, in un divenire continuo.

Io sono l’Alfa e l’Omega, il primo e l’ultimo, il principio e la fine. (Ap 22,13)

“Dio non è rimasto insensibile allo stato di rovina in cui l’umanità, per volontà propria, era caduta. Egli è intervenuto nella sua storia dolorosa e l’ha trasformata.
Proprio per togliere l’avvilimento delle conseguenze del peccato, il Figlio di Dio si è incarnato e ha dato alla vita dimensioni nuove e positive. (Beato Luigi Novarese)

Pubblicato il 6 dicembre 2019

 

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