Le missioni del Beato Luigi Novarese nei lebbrosari e nei sanatori

Tali missioni rappresentano un aspetto dell’apostolato del Beato Luigi Novarese poco conosciuto ma che vale la pena di approfondire soprattutto in questo momento in cui una grave pandemia sta gravando sul mondo intero. Vedere come il Beato si è accostato ai lebbrosi e ai malati gravi può far capire quale sia la giusta modalità di farsi prossimo anche nei casi estremi, più gravi, apparentemente difficili da sanare. Il testo che segue è tratto dalla Biografia Documentata redatta ai fini della Causa di Beatificazione di monsignor Novarese e molto del materiale utilizzato è stato tratto dal libro di don Remigio Fusi “Sulle orme di mons. Luigi Novarese”, Edizioni CVS, Roma, 2007.

Inizio delle missioni
Con il sostegno del Santo Padre, Paolo VI, della Conferenza Episcopale Italiana e della Congregazione del Clero, mons. Novarese riuscì a far riconoscere, formulando tre articoli da inserire, la necessità che il cappellano fosse di ruolo e che vi fosse pure un luogo ove svolgere il culto. Nelle sue visite ai vari ospedali, sanatori e lebbrosari, incontrò notevoli ostacoli da parte della massoneria e di alcune fazioni politiche. Fu anche minacciato ma, il Servo di Dio non si fermò avendo sempre, per qualunque iniziativa intrapresa, l’approvazione dei Superiori. Fu proprio durante le sue visite presso alcune strutture sanitarie che mons. Novarese si rese conto delle disastrose condizioni spirituali e religiose in cui gli ammalati si trovavano. Pensò così ad una missione e sottopose, come era solito fare, l’iniziativa ai Superiori per averne l’approvazione. Nella richiesta indicò anche il tema proposto per la Missione: «La vocazione del sofferente nell’insegnamento del Divin Crocifisso» e pregò il Santo Padre, qualora la risposta fosse stata affermativa, di benedire una statua della Madonna, non molto alta, che doveva essere la Patrona delle Missioni e la guida dei missionari (un gruppo di Silenziosi Operai della Croce: sacerdoti, Fratelli e Sorelle). Nel suo impegno apostolico non poteva mancare Lei, la Madre celeste, che amava di un amore tenerissimo ed insieme forte.

Inizio delle missioni: lebbrosario di Messina (1964)
La prima missione ha avuto come meta il lebbrosario di Messina. Una grande casa situata sulla collina, a ridosso dell’ospedale civile. Ospita cinquanta malati ed alcune suore che provvedono al servizio. Dietro la casa, nel grande parco, ci sono varie piccole casette in legno, dove si rifugiano coloro che rifiutano la compagnia. La missione ha inizio con l’intronizzazione della Madonna, a lato dell’altare del Santissimo, nella piccola cappella. Come osserva don Remigio Fusi: «I primi approcci con gli ammalati non sono stati facili. Temevano che fossimo come i politici, che si fanno vedere soltanto quando ci sono le elezioni e poi non si vedono più. In cappella, con i pochi malati presenti, le suore e i missionari, vengono consacrati a Maria insieme a tutti i degenti della casa. È Lei che deve aprire i cuori. È Lei che deve suggerire ai missionari le parole adatte, quelle parole che loro attendono per essere riconosciute come persone. Si avverava quanto mons. Novarese aveva scritto, sottolineando l’importanza dell’apostolato “del malato per mezzo dell’ammalato”. Aveva ragione quando affermava che il compito dei sofferenti è quello di aiutare Gesù a salvare le anime. Si constatava che i sofferenti scoprono nel dolore volontariamente accettato e santificato dalla grazia, il mezzo con cui essi diventano dei veri operai specializzati nel cantiere della costruzione di una società più umana e più cristiana. Le sorelle missionarie fissarono sulle porte delle capanne l’immagine della Madonna con la Consacrazione. Un paziente, in modo particolare, divenne, con la sua sofferenza e la sua preghiera, uno dei collaboratori più validi. Era sempre a letto. La lebbra lo aveva deformato. Non aveva più le dita dei piedi e, quelle delle mani, stavano consumandosi lentamente. Sempre a causa della lebbra era diventato cieco. Gli amici lo chiamavano “don Santo”, indicando la stima che avevano in lui. Ci dissero di andarlo a trovare e di farci raccontare la sua visione. In un primo momento don Santo, non volle parlare. Poi, data l’insistenza con cui mons. Novarese chiedeva e il motivo, che era quello di presentare una testimonianza a favore di tanti increduli, aprì il suo cuore, con la semplicità di un bambino e con la forza di uno che vive continuamente in tensione verso Dio. Ricorda don Remigio Fusi: «Una notte, per lui era sempre notte perché non vedeva nulla, si fermò ai piedi del mio letto un signore, ben vestito, e mi rivolse una domanda: “Perché non vieni a farmi compagnia? Sono sempre solo!”. Santo chiese: “Dove abiti?” il signore rispose: “Al piano terra”. Santo cercò di ricordare come era composto il piano terra, quando era entrato, infatti, ci vedeva. Poi, sempre rivolto al signore: “Ma al piano terra non ci sono stanze! Dove abiti?”. Il signore ripeté: “Al piano terra”. Finalmente Santo si ricordò che al piano terra, oltre alle cucine, al refettorio, alla sala d’incontri c’era una cappella. Il signore disse: “Io abito lì e sono abbandonato”. Santo capì chi era quel Signore e rispose: “Come faccio… io non cammino… e non c’è nemmeno l’ascensore”. La stupenda risposta ha dato a Santo un motivo di gioia nella sua sofferenza: “Non occorre che tu venga fisicamente, basta che tu venga con lo spirito, con il pensiero, con il tuo cuore”. Da quel momento, Santo, non lasciò più la cappella, per rompere la solitudine del suo Signore». Diventato cieco, aveva pregato la suora di insegnargli il Magnificat e il Te Deum, con i quali ogni giorno ringraziava il Signore per il dono della sofferenza.