1975: parole del beato Luigi Novarese in occasione del III centenario dell’apparizione del Sacro Cuore a S.M. Margherita Alacoque

 

Chi è stato, anche una sola volta a Paray Le Monial, non dimentica più la dolce ed intima attrattiva che lo pervade, quando sosta dinanzi all’altare del SS.mo Sacramento, prospiciente a quella grata dinanzi alla quale, per ore ed ore, l’umile serva del Cuore ineffabile di Gesù stava in adorazione.

Sentimentalismi? Oppure, forse, con più esattezza, attrattiva specifica che si prova in determinati Santuari, allorché vi si accorre con precise intenzioni soprannaturali?

L’attrattiva della SS.ma Eucarestia, del resto, non è un sentimentalismo.

Sappiamo i tempi senza misura trascorsi dinanzi ad Essa dall’Eymard, dal Curato d’Ars, dal Cottolengo e, in un solo accenno, da tutti i Santi e da quanti con serietà hanno compreso il dono che il Cristo ci ha fatto, giunto nel punto di lasciare questo mondo.

Il Cuore di Gesù ci manifestava un aspetto della sua vita: il Suo amore, la Sua vita di unione col Padre e di continua ed amorosa tensione verso di noi.

La conoscenza di tale vita intima non è, né mai lo potrà diventare una conoscenza fredda, speculativa, che vive a se stante, come una realtà al di fuori di noi.

Tale intimità di vita mira a divenire l’anima della nostra vita interiore, introducendoci nelle insondabili realtà della carità, speculativa e pratica, del Cuore dolcissimo di Nostro Signore.

Soltanto vivendo ed approfondendo tale intimità col Cristo, diventano possibili tanto l’impegno vocazionale e costruttivo del Corpo Mistico, quanto la preghiera comunitaria e la stessa partecipazione alla celebrazione Eucaristica.

Vivere ed approfondire l’intimità col Cuore di Gesù è compito specifico di ogni sacerdote, proprio perché, impegnato ad essere «alter Christus»; ed «alter Christus» lo sarà soltanto in base alla trasformazione in Lui, che egli nella propria vita sacerdotale avrà realizzato.

E questo non è soltanto assaporare le dolcezze dell’intimità del Cuore dell’Uomo-Dio, ma è pure morte a se stessi, a cui inesorabilmente siamo impegnati; come è pure apertura ed amore verso i fratelli, comprendendo sul confronto col Cuore di Cristo, fino a che punto noi li dobbiamo amare.

Possa questo Il Centenario rianimare il cuore sacerdotale di molti, spingendoli a trovare nel Maestro divino la via ed il mezzo per un’efficace ripresa, che la Chiesa ed il popolo di Dio con fiducia attendono.

 

[L’Ancora, n. 7, luglio 1972]