Dal Messaggio del Prefetto del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale in occasione della Giornata Mondiale della Salute Mentale

Nei Paesi a basso e medio reddito tra il 75% e il 95% delle persone con disturbi mentali non può accedere ai servizi di salute mentale e nei Paesi ad alto reddito la situazione non è migliore!

Nell’ampio universo della salute, una delle dimensioni più trascurate è proprio quella della salute mentale, spesso accompagnata da stereotipi, dalla poca conoscenza delle problematiche più specifiche e da una cattiva informazione. In tutto il mondo sono molte le violazioni dei diritti umani commesse contro persone con disturbi mentali: uomini e donne di ogni età che già soffrono per lo stigma e la discriminazione di cui sono fatte oggetto, e che causano isolamento ed emarginazione. In circa la metà dei casi, i disturbi mentali iniziano prima dei 14 anni, tanto che il suicidio è la seconda causa di morte tra i giovani dai 15 ai 29 anni.

Situazione attuale

Si stima che prima della pandemia da Covid 19 quasi un miliardo di persone nel mondo soffriva di disturbi mentali. Con il prodursi dell’emergenza sanitaria, le restrizioni sociali imposte dalla prima fase dell’emergenza hanno determinato un aumento dell’abuso di alcool e di altre sostanze psicotrope, così come l’acuirsi di diverse forme di dipendenza, fra cui quella da gioco d’azzardo. Proprio le misure adottate per combattere il virus del Covid 19 sono state ulteriore causa di solitudine per le persone con disagio mentale: l’impossibilità di svolgere le consuete attività e di coltivare i rapporti abituali ha aggravato la già penosa condizione di emarginazione, soprattutto per le persone che sono ospitate presso istituti di assistenza sociale e ospedali psichiatrici.

In realtà, il sopraggiungere della pandemia, con profonde conseguenze per l’intera popolazione mondiale, è solo il fattore precipitante di una crisi a più dimensioni che ha radici nell’inadeguatezza delle politiche sociali, sanitarie ed economiche. Politiche che spesso hanno generato nuove povertà ed emarginazioni, che continuano a creare condizioni di ingiustizia e iniquità nella distribuzione delle risorse, a danno di milioni di persone. Una crisi alimentata dall’indebolimento diffuso dei valori spirituali, del senso di responsabilità e del valore della solidarietà. Il divario tra ricchi e poveri è aumentato. Con l’emergenza sanitaria sono emerse nuove povertà che si sono aggiunte alle già note fragilità sociali, soprattutto a causa della mancanza di lavoro. In particolare, nei Paesi più vulnerabili sempre più persone perdono il lavoro entrando in una condizione di povertà; sono soprattutto le donne a patire di più le conseguenze della pandemia e delle diseguaglianze sociali.

Le evidenze dimostrano che povertà e disuguaglianze incidono sullo sviluppo psichico della persona e sulla sua salute mentale. Lo svantaggio sociale – che inizia già prima della nascita e si accresce nel corso della vita – impatta in maniera significativa, come fattore di criticità, sulle condizioni di salute mentale dell’individuo: l’ambiente fisico e sociale in cui si vive, come pure l’accesso ai servizi sanitari e all’istruzione, sono tutti determinanti sociali che incidono profondamente sulla salute mentale.

Per ridurre l’incidenza dei disturbi mentali associati alle diseguaglianze sociali è dunque necessario adottare politiche tese a migliorare l’ambiente, fisico e sociale, che accoglierà il nascituro, come pure le condizioni di vita durante la prima infanzia, l’età scolare, nel periodo che vede la realizzazione di progetti familiari e ambizioni professionali, e nell’età più matura. In particolare, si è osservato che assicurare ai bambini condizioni di vita ottimali, sin dall’inizio, offre maggiori probabilità di benessere, anche mentale, in età adulta, con benefici diretti anche sulla comunità di appartenenza.

Notiamo infatti che, in ogni cultura, quando viene a mancare la salute mentale si produce una triplice fragilità; la fragilità di una qualunque malattia che ci pone davanti ad un limite personale; la fragilità che nasce da una dissoluzione della propria identità, che lascia le persone “senza un volto”; la fragilità sociale che è frutto della mancata integrazione nella propria comunità e del rifiuto di chi è spaventato dalla malattia mentale e non sa come integrarla, accoglierla, trattarla. Lo stigma e la discriminazione possono colpire in modo più ampio e profondo delle ferite del corpo e della mente, e coinvolgono oltre alla persona con disagio anche la sua famiglia. Lancio dunque un appello affinché si operi per porre fine a questo stigma, personale e familiare, intervenendo sulle cause che conducono alla condizione di rifiuto e isolamento.

Il ruolo della Comunità di cura

Di fronte a ciò, tutti noi siamo chiamati a farci prossimi verso i nostri fratelli e le nostre sorelle con disagio mentale, a lottare contro ogni forma di discriminazione e di stigma nei loro confronti.

Come ricorda Papa Francesco, “solo una società umana e fraterna è in grado di adoperarsi per assicurare in modo efficiente e stabile che tutti siano accompagnati nel percorso della loro vita, non solo per provvedere ai bisogni primari, ma perché possano dare il meglio di se, anche se il loro rendimento non sarà il migliore, anche se andranno lentamente, anche se la loro efficienza sarà poco rilevante”. Infatti, “finché il nostro sistema, economico – sociale produrrà ancora una vittima e ci sarà una sola persona scartata, non ci potrà essere la festa della fraternità universale”. Le parole del Santo Padre ci dicono che la logica dello scarto e del rifiuto è una logica che sovverte la giustizia sociale nel mondo.

Quanto detto rimarca che è necessario abbandonare l’attuale paradigma di sviluppo per adottare un modello culturale che rimetta al centro la dignità dell’uomo e promuova il bene per i singoli individui e per l’intera umanità. È tempo di tornare a prendersi cura della fragilità di ogni uomo e ogni donna, di ogni bambino e ogni anziano, con l’atteggiamento attento e solidale del buon samaritano.

Una Comunità di cura è comunità di Buoni Samaritani

Il pensiero va, poi, ai tanti “samaritani nascosti”, i professionisti, i volontari, gli operatori ad ogni livello, che si prendono cura con professionalità e competenza di quanti soffrono per un disagio mentale, e che operano spesso in condizioni difficili a causa dell’assenza o della scarsità di strutture adeguate al trattamento di queste patologie e all’ assistenza alla persona malata e alla sua famiglia. Si auspica dunque il potenziamento del sistema sanitario a tutela della salute mentale, anche mediante il sostegno alle realtà impegnate nella ricerca scientifica sulle malattie mentali e la promozione di modelli di inclusione sociale. È importante coinvolgere la comunità nella quale è inserita la persona con disagio mentale, affinché le sia assicurata presenza e affetto[9].

È in questa direzione che si muove l’impegno del Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale e della Commissione Vaticana Covid 19, che il Santo Padre ha inteso istituire il 20 marzo 2020, proprio in seno al Dicastero, per esprimere la sollecitudine e l’amore della Chiesa per l’intera famiglia umana di fronte alla pandemia. Attingendo ad una ricchezza di competenze da comunità locali, piattaforme globali ed esperti accademici, la Commissione cerca cambiamenti ampi e coraggiosi: dignità nel lavoro, nuove strutture per il bene comune, solidarietà al centro del governo e natura in armonia con i sistemi sociali. L’obiettivo non è solo quello di alleviare la sofferenza immediata, ma anche quello di avviare la trasformazione dei cuori, delle menti e delle strutture verso un nuovo modello di sviluppo che prepari un futuro migliore per tutti.

 

Cardinale Peter Kodwo Appiah Turkson

Prefetto