Ogni domenica un versetto poetico. Per andare oltre il visibile. Perché le parole trasformano il mondo.
A cura di Maria Teresa Neato
David Maria Turoldo, al secolo Giuseppe Turoldo (Coderno, 22 novembre 1916 – Milano, 6 febbraio 1992), è stato un presbitero, teologo, filosofo, scrittore e poeta italiano, membro dell’ordine dei Servi di Maria. È stato, oltre che poeta, figura profetica in ambito ecclesiale e civile, resistente sostenitore delle istanze di rinnovamento culturale e religioso, di ispirazione conciliare. È ritenuto da alcuni uno dei più rappresentativi esponenti di un cambiamento del cattolicesimo nella seconda metà del ‘900, il che gli ha valso il titolo di “coscienza inquieta della Chiesa”.
Questa domenica… lascio che sia lo stesso Turoldo ad… autocommentarsi quale poeta, con parole che sento e faccio mie nel profondo:
“È la poesia che riassume il senso dei tempi,
i sentimenti di un’epoca.
Dire Dante o Leopardi o Montale si intende tutto un preciso momento storico.
Sul versante umano l’ultima voce è quella del poeta che si incontra con la voce sul versante divino che è quella del profeta.
Poesia come forma massima di conoscenza, come fusione di preghiera e di fede, di umanità e profezia.
Poesia come salvezza, come pietà, come necessità.
Poesia come gratuità, come atto d’amore perché la poesia non chiede niente.
Il massimo della poesia è quello di cantare.
La poesia è anche “urlo” messo finalmente in bocca ai truffati sul conto.
A volte è una rivolta, tant’è vero che il poeta non può stare zitto: è quello che denuncia come il profeta.
E il profeta non è tanto quello che annuncia il futuro, ma quello che denuncia il presente e dice: “così non deve andare”.
La poesia è il tentativo umano di dire “l’indicibile”, è il discorso ineffabile, è quello che va per intuizione.
Poesia come intuizione cosmica, come scoperta delle cose.
La poesia è un mistero, ma il mistero non è mai oscurità, il mistero caso mai è eccesso di luce.
Tu non riesci a vedere il sole: ti bruci le pupille, così è il mistero.
Tentare di dire l’indicibile.
Quando sei di fronte all’Infinito inafferrabile, irraggiungibile, ecco che senti il bisogno di cantare.
È il momento ultimo, il momento massimo nella speranza di poter dire qualcosa.
E difatti non si riesce mai a dire e perciò si continua a cantare.
Nel canto c’è tutta la dignità dell’uomo.
Dopo il tentativo di dire l’ineffabile, di dire l’indicibile, non c’è che il silenzio”.


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