Nel tredicesimo anniversario dello storico viaggio di Papa Francesco, il Pontefice celebra la Messa nell’isola-simbolo dell’accoglienza e lancia un forte appello all’Europa: «Passare dall’emergenza a politiche organiche e condivise».
Sabato 4 luglio 2026, Papa Leone XIV ha fatto visita all’estremo lembo d’Europa, celebrando la Santa Messa al campo sportivo “Arena” in Località Salina. Un viaggio denso di significato, dal forte valore simbolico dell’intitolazione del Molo Favaloro a Papa Francesco, segno tangibile di un legame mai interrotto tra la Santa Sede, la comunità isolana e i migranti.
“Non sono venuto per fare discorsi, ma a celebrare l’Eucaristia”, ha esordito il Pontefice rispondendo al saluto del Sindaco. “Questo è un luogo in cui, più che le parole, parlano i gesti. Ma i gesti, per essere umani, hanno bisogno di un cuore”.
Durante l’omelia, Papa Leone XIV ha tracciato un parallelo immediato e doloroso tra le letture della liturgia e la realtà quotidiana del canale di Sicilia. La celebre parabola del buon Samaritano è diventata così lo specchio delle drammatiche circostanze storiche in cui siamo ancora immersi: “Oggi Lampedusa e Linosa si trovano su una strada pericolosa come quella che scendeva da Gerusalemme a Gerico. Qui avete visto non solo uno, ma migliaia di esseri umani caduti nelle mani di briganti che portano loro via tutto, li percuotono a sangue e se ne vanno, lasciandoli mezzi morti. Il mare ha accolto gli altri, quelli che non ce l’hanno fatta”.
Il Papa ha condannato senza mezzi termini l’indifferenza globale, puntando il dito contro i “morti di decisioni prese e decisioni mancate”, tra cui un sistema economico mondiale che genera esclusione, la corruzione nei paesi d’origine e i calcoli criminali dei trafficanti. Chi si volta dall’altra parte riproduce, secondo il Pontefice, la fretta del sacerdote e del levita del Vangelo che “passano oltre”.
Il cuore dell’omelia è stato un profondo e commosso ringraziamento alla macchina della solidarietà lampedusana. Leone XIV ha citato espressamente i volontari, le associazioni riunite nel Forum Lampedusa Solidale, la Guardia Costiera, le istituzioni civili, i medici e le forze di sicurezza. È Il miracolo della compassione, definito dal Papa come “una rivoluzione interiore che allarga i pensieri”.
Dalle coste dell’isola, lo sguardo del Santo Padre si è allargato inevitabilmente alle responsabilità del continente europeo. Citando la sua recente Enciclica Magnifica humanitas, il Papa ha richiamato l’Europa al suo potenziale unico e alla sua responsabilità istituzionale.
L’appello è chiaro: è necessario superare la logica della pura gestione emergenziale: “L’Europa è in grado di affrontare la crisi in modo organico, inserendo il primo soccorso in un piano strategico di lungo periodo, capace di accogliere, proteggere, promuovere e integrare i migranti e, nello stesso tempo, lavorando per lo sviluppo, così che nessuno sia costretto a emigrare”.
In un passaggio particolarmente innovativo, collegandosi a quanto espresso di recente durante il viaggio apostolico a Tenerife, il Pontefice ha affrontato il delicato equilibrio tra la vocazione turistica dell’isola e il dramma degli sbarchi. Il rischio, ha avvertito, è che si tenda a “innalzare un muro invisibile fra il mare dei naufraghi e quello dei vacanzieri”.


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