Un secolo fa, in un paese dell’Olanda, un parroco ebbe un’idea semplice: andare a prendere a casa, uno per uno, i parrocchiani che la malattia teneva lontani dalla chiesa. E per tre giorni affidare la parrocchia a loro. Da quel gesto è nato un movimento che avrebbe fatto il giro del mondo.
Laurens Willenborg era dal 1917 parroco di Bloemendaal, nella diocesi di Haarlem. Erano anni di sospetti e polemiche dentro la Chiesa, e la sua diocesi ne era attraversata più di altre; lui era convinto di una cosa sola, che la paura non ha mai avvicinato nessuno a Dio. Un’esperienza lo aveva segnato: nel 1916 aveva accompagnato negli ultimi giorni lo zio, anche lui sacerdote, e in quella stanza aveva visto una serenità che non si aspettava. Ne era uscito con una domanda che non lo avrebbe più lasciato: e se la sofferenza, nella vita della Chiesa, contasse molto più di quanto pensiamo?
L’idea covava da tempo: un pellegrinaggio ad Ars gli aveva mostrato come il santo curato Vianney avesse rinnovato la sua parrocchia partendo dai più piccoli e dai malati, e in patria coltivava la devozione a santa Liduina di Schiedam, la patrona olandese di chi soffre. La scintilla scattò nel 1925, ascoltando a Messa il passo degli Atti degli Apostoli in cui i malati vengono portati lungo le strade al passaggio di Pietro. Willenborg si disse più o meno questo: mandiamo la gente a Lourdes, con viaggi lunghi, costosi e faticosi, quando sarebbe così facile riunirla nella sua chiesa parrocchiale. E che gioia, per chi non ci entra da anni. La domenica successiva lo propose dal pulpito e il paese si mobilitò: chi offrì l’automobile, chi il pranzo, chi i fiori per l’altare. Dal 7 al 9 giugno 1925 centoventi persone, molte assenti dalla chiesa da anni, sedettero nei posti d’onore accanto all’altare, assistite dalle infermiere della zona. E qui Willenborg fece il gesto che dà a questa storia tutto il suo senso: accogliendoli, annunciò che per la durata del triduo le funzioni del parroco passavano a loro. Più che un incarico pratico, era un capovolgimento: per tre giorni la parrocchia apparteneva a chi di solito ne restava fuori, e a tutti gli altri, parroco compreso, toccava il posto di chi serve. Willenborg ne era convinto: la loro presenza accanto all’altare avrebbe predicato ai parrocchiani più di qualunque omelia, semplicemente stando lì.
Il seguito è la parte meno spettacolare e più decisiva. Per non perdere i contatti quando l’inverno avrebbe svuotato la chiesa, Willenborg pensò a una lettera mensile. Un’infermiera di quartiere, suor Cassandra, gli organizzò un piccolo segretariato in canonica. Il 1° novembre 1925 partì la prima lettera, indirizzata a 125 persone: è quella la data di nascita ufficiale dell’Apostolato dei Malati. Nel giro di pochi anni l’idea attraversò i confini: la Germania nel 1926, poi Belgio, Francia (con tridui a Notre-Dame e al Sacré-Coeur di Parigi) Inghilterra, Spagna, Portogallo, Italia e Polonia, fino all’Africa, al Madagascar e alle Americhe. Nel 1934 Pio XI concesse alla sede olandese il titolo di Prima Primaria: il riconoscimento che ne faceva la capofila di tutti gli apostolati dei malati del mondo.
Poco più di vent’anni dopo, in Italia, quel capovolgimento sarebbe diventato un metodo. Luigi Novarese, che una tubercolosi ossea aveva tenuto per anni tra letti d’ospedale e sanatori, costruì il Centro Volontari della Sofferenza esattamente su quella logica, e le somiglianze tra le due storie sono parlanti. La lettera mensile spedita da Bloemendaal ha il suo gemello nell’Ancora, il mensile che Novarese lanciò nel 1950 come canale di comunicazione tra gli ammalati. I parrocchiani olandesi che prestavano le automobili anticipano i Fratelli e le Sorelle degli ammalati, le persone sane che nel 1952 Novarese associò all’opera, a condizione di non occupare il posto dei protagonisti. E le funzioni del parroco consegnate per tre giorni a centoventi persone dicono, in forma di gesto, ciò che Novarese avrebbe trasformato in programma di vita: l’apostolato del malato fatto dal malato stesso, responsabile e in prima fila.
Nella patria di Willenborg l’Apostolato ha appena festeggiato il centenario, e la lettera mensile del 1925 ha trovato un erede nella trasmissione su Radio Maria intitolata Vonken van Hoop, «Scintille di speranza». Il presidente attuale, il parroco Floris Bunschoten, ha riassunto questi cent’anni con parole che Novarese avrebbe sottoscritto riga per riga: «non è un apostolato per i malati, ma dei malati: loro sono un dono per la Chiesa». Il fondatore, invece, in Olanda è quasi dimenticato, a Bloemendaal non c’è nemmeno una via che porti il suo nome, e Bunschoten ha proposto di rimediare.
Foto: Nella foto un triduo per i malati, probabilmente a Nimega, Katholiek Documentatiecentrum Nijmegen, AFBK-1A196678


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