Come un mosaico composto da tanti tasselli, il viaggio apostolico di Papa Francesco nella Repubblica Democratica del Congo e nel Sud Sudan tocca molteplici realtà. E quella odierna riguarda una Chiesa chinata sul dolore e sull’agonia di quanti si trovano ai margini e nelle periferie. La Chiesa che è un rifugio e un “ospedale da campo” per i deboli, i feriti e gli esclusi. Ed è ad essa, ai suoi pastori, che il Papa ha detto grazie, incontrando il clero del Sud Sudan nella cattedrale di Santa Teresa a Juba, ubicata in Unity Avenue a Bahr al Jabal, nel distretto di Kotor.

Nel primo appuntamento del penultimo giorno in terra africana, Francesco ha parlato ai vescovi, ai sacerdoti, ai diaconi, ai consacrati e ai seminaristi del Paese. Stimano gli organizzatori locali che hanno partecipato all’incontro cinquemila persone, la maggior parte all’esterno e un migliaio all’interno della chiesa.

All’ingresso del tempio, la cui costruzione è iniziata nel 1952, il Pontefice è stato accolto dall’arcivescovo Stephen Ameyu Martin Mulla, e dal parroco che gli ha porto la croce e l’acqua santa. In sottofondo canti che, insieme con caratteristiche danze, non solo esprimono la gioia ma anche la generosità di questa gente.

Molti sono venuti da lontano e in alcuni casi a piedi. Hanno camminato per giorni, alcuni per tre altri per due, e addirittura un gruppo per ben nove, pur di esserci, come racconta Mary Malakal, catechista della diocesi di Wua.

In abito bianco, tre bambini di etnie diverse hanno consegnato dei fiori al Papa, che ha percorso la navata fino all’altare della cattedrale, sede dell’arcidiocesi metropolitana di Juba, creata il 12 dicembre 1974 da Paolo VI con la bolla Cum in Sudania.

Il primo a parlare è stato il vescovo Yunan Tombe Trille Kuku Andali, presidente della Conferenza episcopale del Sudan (Scbc), che, tra gli applausi, ha ringraziato Francesco per gli accorati appelli contro i conflitti mortali che hanno devastato e continuano a devastare la vita di tanti uomini, donne e bambini in tutto il mondo.

Particolarmente toccanti le testimonianze di un sacerdote, della stessa diocesi del presidente della Scbc, e di una suora, che quotidianamente devono far fronte alle violenze; e, nonostante ciò, riescono in alcune diocesi a gestire ospedali, dispensari di medicina di base, villaggi con persone affette da lebbra e altre malattie croniche, centri che si prendono cura di bambini provenienti da famiglie fragili. Un’azione caritativa e sociale che resta centrata sull’evangelizzazione, per non ritrovarsi presi da tante richieste e avere, come la chiama Papa Francesco, la cosiddetta “sindrome dell’ong “(organizzazione non governativa). Una “malattia” che svilisce la natura della Chiesa, rendendola innocua, se è semplicemente diretta a offrire servizi che aiutano lo sviluppo sociale ma non tocca in profondità le coscienze e non favorisce abbastanza la formazione di una nuova mentalità.

La suora che ha parlato ha ricordato due consorelle uccise nell’agosto 2021 senza poter realizzare il sogno di un ostello per l’istruzione delle ragazze salvate dalla guerra civile e di una clinica ostetrica.

Infine il vescovo di Roma ha pronunciato il suo discorso e dopo la benedizione ha posato per una foto di gruppo con i vescovi del Paese. Quindi in automobile è rientrato in nunziatura, dove ha ricevuto i gesuiti attivi nel Paese. Nel pomeriggio è in agenda un altro momento forte di questo quarantesimo viaggio internazionale: l’incontro con una delegazione di sfollati interni, in rappresentanza del popolo di disperati che vivono ammassati nei campi per “internally displaced”.

 

[Fonte: L’Osservatore Romano]